Bruno Petretto, l’artista che venne fuori da una frana

La storia dell'animatore del Parco delle Arti di Molineddu che quest’anno compie venticinque anni

La storia più bella è quella del corvo Guccini. «Lo sai cosa faceva Guccini? Mi saltellava a fianco e mi tirava i pantaloni con il becco finché non gli davo qualcosa da mangiare. Quando è morto gli ho dedicato questa parete». Si tratta di un gigantesco puzzle di pietra bianca e nera vulcanica (della zona di Giave) con cui Bruno Petretto ha ricostruito la casa colonica che era stata sfondata dalla frana del 1995, data che segna l’inizio di un percorso d’arte e natura irripetibile. Siamo a Molineddu, un rigoglioso canalone incastonato in enormi muraglie bianche di tufo tra Ossi e Scala di Giocca. Qui, ogni anno da 25 anni, si tiene la manifestazione “Arte Evento Creazione” che raduna artisti di tutte le età e di tutte le provenienze per realizzare opere in mezzo alla natura. Si tengono spettacoli di danza, di teatro, performance a tema, incontri. Alcuni giorni fa è stata inaugurata la mostra “Dentro il canto degli alberi” e presentato il libro “Arte e natura nella magia di Molineddu” di Francesca Iurato, tratto dalla tesi di laurea in Lettere della stessa autrice.

L’ingresso

L’ingresso della tenuta, tre ettari di verde intenso scoscesi sino al fondovalle, è delimitato da un cancello turchese con la scritta Parco della Arti. Subito dopo inizia il bosco, e ad aspettare c’è il suo proprietario e animatore Bruno Petretto: capelli e barba lunghi e bianchi, camicia a motivi geometrici, sguardo profondo, faccia da artista, esistenza d’artista. E c’è la musica: un bellissimo pezzo di Nat King Cole sparato a tutto volume sui lecci secolari, sui gradini di pietra, sui pergolati di vite a perdita d’occhio, sugli alberi di cachi e di melograni carichi di arancione e rosso fino all’inverosimile, sulle piante di capperi appese alle pareti di roccia, tra le colonne di granito (provenienti dalla Gallura) che formano un boschetto di pietra. Una sensazione di irrealtà e bellezza allo stesso tempo. «Metto sempre la musica per fare le mie cose in campagna, fa bene anche agli animali – dice Bruno Petretto, 80 anni portati con energia ed entusiasmo adolescenziale –. A volte Jacques Brel, a volte Èdith Piaf. Ma anche De Andrè o Guccini, miei grandi amici, persone con cui ho avuto da subito un’intesa eccezionale». Di eccezionale c’è la sua stessa vita, tanto per cominciare. Bruno è nato a Giave in una famiglia non agiata, già a sette anni pascolava le pecore, poi il trasferimento a Sassari, le scuole medie serali e un brutto incidente che quasi ci rimetteva la pelle dopo essere caduto con il viso sopra un braciere acceso. «Ho subito 17 interventi per ricostruire ciò che nella mia faccia era stato devastato dal fuoco. Spesso senza anestesia, ma ho sempre pensato che il corpo lo devi dominare. Deve vincere la testa. Quindi ho resistito». A soccorrerlo e assisterlo per prima la sorella minore Assunta che ancora oggi lo affianca tutti i giorni a pranzo e a cena, figura silenziosa e fondamentale per avvalorare il suo ruolo di animatore e punto di riferimento in un luogo unico in Italia se non in Europa. O nel mondo.

Il giardino magico

C’è da chiedersi quando sia nata l’idea di trasformare questo giardino dalle mille essenze e dalle mille pietre in un capolavoro. Prima, di sicuro, c’è stato il tempo dell’attività artistica su binari più consueti. Bruno Petretto ha esordito con una mostra nel 1975. Ha esposto a Roma in via Margutta, a Milano, a Bologna, a Grenoble in Francia, ma le sue opere non sono mai state figurative. Si esprime con l’astrattismo, l’informale, per dirla all’italiana, utilizza solo materiali vegetali e animali. Hanno da subito destato stupore le composizioni con la pala del fico d’india essiccato. Diventa una rete, un ricamo dentro cui far passare la luce. Altre opere sono realizzate con la pelle delle pecore, trattata in modo che si vedano anche i capillari, altre con la corteccia degli eucalipti e con lamelle di pietra. Nel frattempo, dopo anni di lavori umili, perlopiù come manovale, Bruno viene assunto in Provincia a Sassari dove svolgerà il ruolo di impiegato nell’ufficio Economato fino alla pensione.

«Appena finivo il mio orario di lavoro scappavo in campagna a fare qualcosa – racconta –, nelle campagne degli altri perché io una mia non ce l’avevo. Poi un amico mi ha detto che stavano vendendo un terreno a Ossi a un prezzo stracciato. Così sono venuto a vederlo ed era questo, dove peraltro venivo a giocare e dormire da amici di famiglia quando ero piccolo. Un segno del destino». Un altro segno del destino, molto più travolgente, nel 1995. Una delle pareti che sovrastano Molineddu, Sa Rocca Entosa, si rompe e si sfracella in una frana spaventosa. «Non ero presente per puro caso. Quando sono arrivato la campagna era tutta bianca di pietre. Ho visto che gli animali non erano stati feriti. E tutto quel bianco mi è piaciuto».

Percorsi d’autore

Questo, Bruno lo racconta mentre cammina in quello che oggi è un luogo incantato. Cammina e osserva con stupore le mutazioni delle piante, il cambio di rotta delle radici, il comportamento degli animali, ascolta il rumore fresco del Riu Pizzinnu che scorre nella parte più bassa del canalone, tutto come se fosse la prima volta. Figuriamoci chi davvero lo vede per la prima volta questo parco. Si passa increduli sotto le fronde scure dei carrubi e poi vicino ai banani, ci si imbatte in piante magnifiche dai nomi misteriosi come paulonia o trombe d’angelo, si attraversano ponti di legno sospesi sull’acqua e si sale, inseguendo Bruno che si muove con agilità felina, su scalini di pietra incastonati dentro le radici di fichi giganteschi per vedere tutto dall’alto. Si incontrano oche in fila indiana, galli accovacciati sulle foglie secche, tacchinelle che mangiano noci enormi. Poi c’è la casa sull’albero: una meraviglia costruita da Petretto, come tutto il resto d’altra parte, che dentro ha il soffitto come il cielo notturno di Van Gogh, dove le stelle sono foglie di palma. Ma all’improvviso accade che c’è un uomo seduto sul ramo più alto di un albero. Niente personaggi fiabeschi, che non sarebbe così strano a questo punto, ma una delle tante opere d’arte realizzate nel tempo dagli ospiti di Molineddu. «Vedi? – dice lui indicando la figura –. Ormai ha le gambe avvolte dalla vite. Qui le creazioni sono destinate ad essere inglobate e trasformate dalla natura. Certe volte il suo intervento le migliora, altre volte le cancella. Diventano natura». Una simbiosi che è l’essenza stessa del percorso umano e artistico di Petretto. Ogni mattina alle 6.30 Bruno si alza, entra nel suo giardino e diventa un’opera d’arte in continuo movimento. Diventa pietra e corteccia, corvo, foglie e muschio come le orme lasciate dagli artisti passati da lì.

Insomma, esplorare Molineddu significa incontrare qualcosa di sorprendente e mai visto prima, come la natura potente declinata a museo, ma allo stesso tempo è entrare in contatto con ciò che sai da sempre, con le tue stesse radici conficcate nella terra, con le parole antiche e le riflessioni intrepide del suo inventore. Molineddu è un regno e non te ne vuoi più andare.

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