1992. Farouk è libero e ha tutta la vita davanti
Il sequestro che ha indignato l'Italia: bambino di 7 anni in ostaggio per sei mesi
Nella notte tra il 10 e l’11 luglio 1992 torna libero il piccolo Farouk Kassam, sequestrato 177 giorni prima a Porto Cervo. Durante la prigionia i rapitori gli hanno tagliato un orecchio. «La Sardegna si è mobilitata come non mai davanti agli sviluppi drammatici del sequestro e sono in tanti ad affermare che questo tipo di pressione psicologica abbia influito sulla conclusione felice del rapimento» si legge nel pezzo della Nuova che ricostruisce la liberazione. È al tempo stesso l’apice e l’inizio della fine di un fenomeno che affligge da decenni la Sardegna. Negli anni ’90 altre persone saranno prese in ostaggio, alcune di loro non torneranno mai a casa (Paolo Ruiu, Vanna Licheri), ma a poco a poco i sequestri di persona spariranno dalle pagine di cronaca. L’ultimo sarà quello di Titti Pinna, l’allevatore di Bonorva tornato libero il 28 maggio 2007 dopo più di otto mesi in mano ai banditi
Il sequestro è come una morte temporanea, e un “lieto fine” non c’è mai. Anche quando le apparenze sembrano dimostrare il contrario. Passata la festa, il bagno di folla e l’euforia del rientro a casa, l’ex ostaggio si confronta con le grandi solitudini del rientro alla vita. Per un bimbo, e per Farouk in particolare, forse sarà diverso. Per il momento non è possibile fare previsioni. Il “dopo-sequestro”, infatti, è una fase della quale si sa poco o niente: le cronache si fermano alla liberazione, e mai sondano il travaglio di chi ritrova la famiglia dopo la terribile esperienza. Un po’ come accadde a Lazzaro dopo il miracolo: il racconto si limita all’uscita dalla tomba e alla festa, ma non descrive la sua vita dopo la resurrezione. Solo Leonid Andreev, alla fine dell’800, parlerà delle tracce lasciate da quei tre giorni di morte, del volto di Lazzaro, livido come quello di un cadavere, dell’isolamento e dei terribili sogni che lo accompagnarono sino al giorno della “morte vera”. Chissà cosa passerà, nell’animo di Farouk, nei prossimi anni. Molti sequestrati hanno vissuto, sulla propria pelle, un’esperienza simile a quella di Lazzaro: i giorni trascorsi in una grotta o in una stanza, in balia di carcerieri senza scrupoli – quasi come una morte passeggera – spesso causano traumi che colpiscono, oltre gli ex ostaggi, anche i familiari. (...) La liberazione del piccolo Farouk – al di là della specificità del fatto e degli ultimi risvolti – ripropone il tema degli effetti psicologici del sequestro di persona sugli ostaggi (...) Gli oltre 600 casi di sequestro di persona avvenuti in Italia dal 1972 a oggi hanno fornito agli specialisti un materiale umano senza uguali, che ora si tenta di utilizzare per poter aiutare, quando ce ne sia necessità, chi si trova a dover affrontare la tragica esperienza del “dopo-sequestro”. Gli studi sistematici disponibili fino al 1985, infatti, si basavano sostanzialmente solo sui campi di concentramento nazisti, e non si sono dimostrati adeguati quando molti ex rapiti, o loro familiari, si sono rivolti agli psicologi (...) Naturalmente non si parla dell’ormai tanto abusata “Sindrome di Stoccolma” (il legame che a volte lega l’ostaggio al carceriere, anche dopo la prigionia, che si riscontra in una percentuale molto bassa di casi), ma di altri e più complessi aspetti del problema.
La comprensione, almeno parziale, dei meccanismi inconsci che regolano le reazioni psicologiche del sequestrato, inoltre, può essere di grande aiuto per le indagini. Spesso, infatti, l’ostaggio – indipendentemente dalla propria volontà – dopo il rilascio collabora scarsamente o in maniera poco efficace. Gli inquirenti si trovano così senza elementi fondamentali, che in genere vengono forniti quando ormai è troppo tardi. Basti l’esempio di Esteranne Ricca, rapita in Toscana cinque anni fa, in un primo momento quasi compiacente con i malviventi e poi implacabile accusatrice. La Ricca, dopo anni, raccontò nell’aula del tribunale la sua odissea, aggiungendo molti particolari, comprese le sevizie inflitte dai banditi (sardi). E qui si dovrebbe aprire un altro capitolo sulla psicologia dei sequestratori: perché infierire e mutilare un ostaggio, quando la logica che ispira un rapimento dovrebbe essere solamente quella del profitto? (...) Quasi nessuno ha comunque dubbi nell’inquadrare il sequestro tra le maggiori azioni di violenza dell’uomo sull’uomo, soprattutto per l’arco ampio di tempo e la ripetitività con cui l’azione viene esercitata. Gli stress conseguenti sono nettamente superiori a quelli causati dalle catastrofi naturali. Le vittime, oltre alla paura di rappresaglie, manifestano spesso la tendenza a elaborazioni di sensi di colpa, una condizione di intensa frustrazione e demoralizzazione per la violenza subita, e una frequente sensazione di rifiuto da parte del mondo circostante. Nel corso della prigionia, invece, la perdita di controllo sulla propria vita e la paura di essere mutilato o ucciso sono talmente profonde da invadere completamente la psiche del rapito. Il panorama delle reazioni nella fase del “dopo-sequestro” è comunque molto vario: ci sono ex ostaggi che hanno avuto la forza di raccontare il loro calvario, alcuni che hanno avuto notevoli difficoltà di riadattamento e altri che non si sono mai ripresi.
Oggi Farouk Kassam è un imprenditore che si occupa di investimenti immobiliari e finanziari e vive tra Roma, Dubai e la Sardegna
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