La vita di Kiodo, pastorizia e poesia tra l’isola e il Friuli

Kiodo è il soprannome di Francesco Mattu. E pensandoci bene gli calza a pennello. Un po’ perché è un pastore rock così come lo era il mitico Serafino di Celentano. Tutto d’un pezzo, orgoglioso del...

Kiodo è il soprannome di Francesco Mattu. E pensandoci bene gli calza a pennello. Un po’ perché è un pastore rock così come lo era il mitico Serafino di Celentano. Tutto d’un pezzo, orgoglioso del suo mondo epicureo e delle sue greggi. Un uomo libero che ama la natura, i silenzi e la bellezza delle valli, la musica del suo Bob Dylan in chiave isolana che è Piero Marras (non a caso la colonna sonora del film è sua). Al nostro Kiodo la bellezza e un senso dell’amicizia che gli è entrata dentro durante l’adolescenza nella sua Ovodda. Sentimenti che conserva con brio ed effervescenza nella nuova vita – sempre da conduttore di armenti – in Val Tramontina, in Friuli Venezia Giulia. “Il profumo del mirto” è il titolo del film che lo vede protagonista, ma gli autori avrebbero potuto scegliere anche l’aroma del corbezzolo (lidone in sardo) o del timo (armidda). Perché questo lavoro firmato dal regista friuliano Christian Canderan sa di erbe ed essenze spontanee barbaricine che si adattano e crescono rigogliose anche nel clima alpino. Una metafora spinta per dire, dopo aver visto il documentario cinematografico che queste due terre così lontane in realtà sono molto più vicine di quanto si possa pensare. Per certi versi accomunati anche dai silenzi che diventano complicità, da feste e convivi dove il cibo e il vino sono gli strumenti fondamentali per aprire varchi nei cuori e nelle anime delle persone.

Due terre gemelle

In effetti proprio in momenti come questi il regista ha incontrato Kiodo Mattu, già da una decina d’anni in Friuli, con i suoi greggi. Una scelta di vita simile a quella di tanti altri giovani che hanno lasciato l’isola per una certezza lavorativa e una nuova sfida. A tratti personale e anche per questo ancora di più da rispettare. Così il racconto di questo ragazzone di Ovodda ha convinto Canderan che il progetto di un film si potesse fare. Il materiale era davvero quello giusto per costruire una storia e raccontarla così come era con la forza delle immagini. Senza fronzoli o colpi a effetto ma lasciando al protagonista l’onore e l’onere del racconto. Così Francesco Mattu ci conduce nell’ora e mezzo della pellicola in un viaggio a ritroso dalla sua infanzia in Sardegna, sino ai giorni d’oggi. Il racconto è incentrato su dei continui flashback narrativi accompagnati dalla sua particolare voce narrante. Nel calderone confluiscono ricordi emozionanti, la sua gioventù, la scuola da cui spesso scappa per approdare nei boschi, la musica che il piccolo mangianastri onnipresente gli regala, i canti a tenores e i riti della sua Ovodda, come il pazzo e anarchico Carnevale. Un marchio di fabbrica che si distingue nel microcosmo sardo e barbaricino forse anche per quel mercoledì delle ceneri che qui non conosce limiti e si vive con grande allegria.

Carnevale pazzo

A questo carnevale bizzarro è riservato anche il finale del film che vedrà Francesco tornare in paese con due amici friulani. «Quando mi è stato proposto di girare il film mi è piaciuta l’impostazione che ne è stata data. Non ha avuto nessun problema a raccontarmi. La mia storia è simile a quella di tanti altri ragazzi che poi hanno scelto di andare fuori a lavorare ma che con la terra di origine hanno mantenuto un rapporto molto forte», ha detto Kiodo. “Il profumo del mirto” è stato proiettato in anteprima ad agosto a Nuoro ma ora a breve ci sarà un elenco di presentazioni tra la Sardegna e il Friuli. «Ho avuto la fortuna di conoscere Francesco qualche anno fa. È scoccata subito una scintilla che ci ha fatto diventare grandissimi amici. Mi sono innamorato del suo modo di vivere e dei suoi racconti, a volte talmente incredibili da sembrare surreali. Così è nata l'idea di fare un film in omaggio alla sua vita», ha sottolineato il regista che fin dai primi incontri con Mattu ha cominciato ad annotare i suoi racconti e a delineare una scaletta di argomenti, una solida base per creare una significativa e accattivante sceneggiatura. «La sua famiglia, i primi amori, i suoi bizzarri amici sardi, i viaggi in motocicletta in lungo e in largo nell’isola, le feste di paese, i primi passaggi in traghetto verso il continente, ma fondamentalmente sempre una cosa che faceva e fa da fulcro alla sua vita: il cibo e la condivisione. È veramente un rituale vivere e condividere con un sardo (o più sardi) il significato di cucinare e stare insieme, passare una moltitudine di ore davanti ad un fuoco acceso, senza fretta, parlando di tutto, senza inibizioni», rimarca ancora il regista sorpreso dalla forza e dal culto del convivio che permea la vita sarda, in particolare delle zone interne, ma che al tempo stesso offre diverse similitudini con i friulani.

La cura del convivio «Due popoli straordinari che vorrei attraverso questa storia, portare veramente al posto che meritano. Ho riscontrato una cultura incredibile in queste persone, e dei valori davvero unici. La famiglia e l’amicizia soprattutto. Francesco è stato quasi dieci anni senza tornare dai suoi cari. Un tempo infinito. Per noi inconcepibile». Certo durante le sue svariate visite, Canderan non poteva non osservare Kiodo al telefono con i suoi compaesani e parenti. Bastava osservarlo per vedere il suo sguardo sempre vivo e guizzante attraversare lo stivale e poi il mare. I suoi occhi lucidi vedevano quello che l’interlocutore gli raccontava e sembravano non essersi mossi mai da quell’isola che invece aveva lasciato da oltre dieci anni anche perché il suo sardo è fluente e vivo come un tempo. Dalle sue pecore Kiodo ottiene un ottimo formaggio e la ricotta, prodotti che vanno a ruba. Spesso ospita anche scolaresche mostrando un talento indiscusso anche come docente, grazie a una dote che a Ovodda si dice che possedesse da sempre: l’empatia. Una qualità che non ha perso lo smalto cambiando latitudine come conferma il regista del film prodotto dalla Karel. «In questi anni ho visto personaggi inimmaginabili fare visita a Francesco, nei sabati e nelle domeniche che passavo in vallata. Imprenditori e persone decisamente altolocate con l’esigenza di evadere dalla monotonia del quotidiano, della città, della vita, delle auto e delle ville di lusso, e sporcarsi le mani per qualche ora (anche i vestiti talvolta), mangiando formaggi e ricotte ancora caldi e un po’ di carne appena tolta dalle braci. Ho visto la tristezza e al contempo la felicità in queste persone che hanno tutto e forse niente. Li ho visti tornare, e ritornare forse per assaporare oltre al cibo quella sensazione di serenità e libertà che da Francesco è di casa». Ovili e amicizie

L’ovile sardo - friluano così come lo chiama Kiodo, è un altro tratto solo un po’ più a nord della sua transumanza passata prima per la sua Ovodda poi per Siliqua dove la sua famiglia si era spostata. Francesco bambino (anni ’80) è stato interpretato meravigliosamente da Francesco Soru un bambino di Ovodda di 9 anni. Mentre Ovidio Lai, 21 anni di Olzai, titolare di un bar a Ovodda si è prestato magnificamente per interpretare il giovane Francesco negli anni ’90. Oltre a molte altre persone del paese, fra cui spiccano Federico Vacca “Bisteccone” e Antonio Soru, rispettivamente il padre e il nonno di Francesco, in Friuli sono stati inseriti due personaggi molto noti in ambito teatrale e televisivo. La cabarettista Caterina Tomasulo, icona ormai da parecchi anni della commedia in regione, e Paolo Massaria, attore in diversi sceneggiati televisivi nazionali. Prima esperienza da attrice per la sindaca di Oniferi che interpreta la barista. I punti di forza di questo film stanno infatti nella capacità di raccontare la Sardegna, la sua cultura, i suoi paesagg in rapporto con una cultura diversa come quella friulana. Le riprese diventano una promozione del patrimonio socioculturale, il paesaggio entra con forza nella narrazione così come l’identità produttiva della vita agropastorale.

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