1959. Grazia Deledda ritorna a Nuoro: la salma del premio Nobel nella chiesetta della Solitudine

La bara di Grazia Deledda nella chiesetta della Solitudine a Nuoro

La battaglia della città per far riposare la grande scrittrice all'ombra dell'Ortobene. Per settimane La Nuova Sardegna preparò i lettori al grande evento

Il programma della traslazione delle spoglie mortali di Grazia Deledda – dal Verano di Roma alla chiesetta nuorese della Solitudine –, fissato per i giorni dal 19 al 21 giugno 1959 (domenica), era stato fissato da tempo, ma dovette subire alcune modifiche. Sorsero infatti difficoltà a trasportare il feretro per mare, e si provvide con un aereo. All’arrivo, poi, non fu possibile allestire la camera ardente nella chiesa del Rimedio di Oliena, come aveva chiesto il vescovo di Nuoro Melas (perché compare nei romanzi della scrittrice, soprattutto «Canne al vento»); si pensò allora di sistemare la salma nell’Ospedale sanatoriale, dove d’altra parte era più facilmente raggiungibile da parte dei tanti che volevano renderle omaggio. Per il resto il programma poté essere rispettato: in particolare quello intensissimo della domenica 21, che doveva aver inizio con un corteo attraverso la città e chiudersi in serata con un concerto.

La Nuova Sardegna dedicò la più ampia attenzione all’avvenimento: superate ormai le difficoltà della ripresa degli anni del dopoguerra, disponeva di una terza pagina tutta dedicata alla cultura, e poteva contare sulla firma di validi collaboratori. La preparazione dell’evento fu affidata allo studioso Giovanni Cadalanu che a partire dal 7 giugno dedicò una serie di articoli alla biografia e alle opere della scrittrice. I contributi si vennero poi infittendo a ridosso del cerimonia, mentre le cronache riferivano dei preparativi e delle adesioni che arrivavano da tutta l’isola. Per l’occasione erano stati invitati a collaborare anche alcuni intellettuali della penisola: tra di loro Francesco Casnati, saggista e critico, che scriveva sulla «religiosità della sua arte»; tra i sardi il letterato nuorese Mario Ciusa Romagna che riportava una lettera indirizzata dallo scrittore sassarese Enrico Costa alla Deledda per suggerirle i libri da leggere sulla Sardegna.

La Nuova spedì a Nuoro un suo giornalista, Antonio Pinna, che andò in avanscoperta per rendersi conto dell’aria che tirava in città, e poté poi riferire su tutti gli avvenimenti nelle due pagine che furono riservate all’avvenimento sul numero del martedì successivo. Diede conto del corteo iniziale, dei discorsi tenuti dal sindaco di Nuoro, l’avvocato e uomo politico Pietro Mastino; e da Antonio Segni, da qualche tempo a capo del governo nazionale. Quanto all’orazione ufficiale, tenuta dal narratore Bonaventura Tecchi, ne veniva riportato il testo integrale. Né mancavano notizie sulla mostra bibliografica allestita per far conoscere la Deledda attraverso le sue pubblicazioni, accompagnate da manoscritti e documenti; e sul concerto di chiusura, affidato alla bacchetta del celebre musicista Ennio Porrino.

Il commento finale di Pinna: non si era trattato di un funerale ma di «una festa, schietta e spontanea con la quale si saluta il ritorno di un grande». Per quel giorno di festa il giornale aveva spedito a Nuoro anche un collaboratore esterno, il giovane insegnante Giovanni Campus (noto negli anni successivi come critico cinematografico, a firma “gic”), che nel suo articolo si soffermava a descrivere la chiesetta della Solitudine, preparata con cura per accogliere la scrittrice. Talmente rinnovata, per le cure di Giovanni Ciusa Romagna, che appariva molto diversa da come era stata in origine; mentre rimaneva per fortuna invariato, sullo sfondo, « il grande scenario» del monte, «l’Ortobene selvaggio vestito di selve e di rupi». Si soffermava poi sul portale, scolpito da Eugenio Tavolara, e sulla Madonna raffigurata all’interno da Gavino Tilocca: era insomma «la sua Barbagia, la vecchia Sardegna» che accoglieva la scrittrice nel «cuore aspro e solitario» dell’isola.

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La convinzione che i resti mortali di Grazia Deledda dovessero essere riportati in Sardegna si radicò subito dopo la sua morte (agosto 1936). Se ne fece interprete Alfredo Deffenu, nuorese, magistrato sempre attento a temi e problemi dell’isola: in un articolo pubblicato sul settimanale «Nuova Littoria» scriveva che quelle spoglie dovevano «tornare ad avere pace nel grembo della terra natale, a due passi dalla casa dove Ella aprì gli occhi alla vita». Seguirono alcune iniziative che sembravano preludere alla traslazione: nel 1936 fu affissa una lapide sulla facciata di quella stessa casa natale, e le fu intitolata la via su cui si affaccia. Ma poi subentrarono i disastri della guerra, e l’attuazione del progetto dovette essere rimandata.

Intanto c’era tuttavia chi teneva desta l’attenzione: nel febbraio del 1940 il medico ed ex deputato Francesco Dore tornò a battere il ferro con un articolo sull’«Ortobene», il periodico diocesano di Nuoro; e poco tempo dopo Deffenu diede sul «Giornale d’Italia» la notizia che era iniziato il restauro della chiesetta nuorese della Solitudine, indicata come luogo ideale per dare ospitalità alla Deledda, che l’aveva amata e descritta nei suoi libri: collocata «nella biforcazione dove la strada proseguiva da una parte inerpicandosi sulla china del Monte, e dall’altra scendendo nella valle».

Queste notizie sulla preistoria dell’evento – che si sarebbe realizzato nel giugno del 1959 – vennero date sulla «Nuova Sardegna» da Giovanni Cadalanu, maestro elementare, cultore della storia nuorese e vivace pubblicista, in una serie di articoli pubblicati a partire dall’inizio di quello stesso mese: dopo aver raccontato come si era arrivati all’attuazione del progetto ripercorreva la biografia e l’attività letteraria della scrittrice. Sull’avvenimento si pronunciò anche la rivista «Ichnusa», che riuniva in quegli anni intellettuali di tutta l’isola. Per l’occasione, scriveva Manlio Brigaglia, la cultura sarda doveva prendere esempio dalla Deledda che, «pur rimanendo impegnata intorno alle ragioni di fondo della vita isolana», ne aveva saputo cogliere gli elementi che la facevano «più larga ed umana», e le aveva saputo dare dimensione europea.

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