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Giovanni Veronesi: «Anche il cinema ha contratto il virus ma si negativizzerà»

Il regista a Carbonia: «Orgoglioso di avere scelto una giovanissima Penelope Cruz. Bowie? Il più snob di tutti»


18 giugno 2022 Alessandro Pirina


Ha scritto per Verdone, Nuti e Pieraccioni, ha recitato per Pupi Avati, ha diretto De Niro, Penelope Cruz e David Bowie. Giovanni Veronesi conosce il cinema sotto ogni punto di vista. Ed è per questo che la Batanea Teatro, con la Sardegna film commission, ha organizzato al teatro centrale di Carbonia una masterclass- spettacolo in cui il cineasta toscano, affiancato dall’attore Andrea Tedde e dal comico Ernesto Fioretti, ha portato gli spettatori alla scoperta del grande cinema.

Veronesi, lei quando ha scoperto il cinema?

«Abbastanza presto, mio padre mi portava sempre. E poi io sono sempre vissuto con quel tipo di creatività e fantasia, che se c’era una barca a vela all’orizzonte io vedevo una nave fantasma. E non ho smesso di pensare che fosse davvero così».

Francesco Nuti: un incontro fondamentale.

«Nuti è uno dei grandi talenti del cinema di quegli anni insieme a Benigni, Troisi e Verdone. Talenti alla pari dei loro predecessori Sordi, Gassman, Manfredi e Tognazzi. Da gente come loro hai sempre da imparare. Ed è chiaro che oggi i loro film - ad eccezione di Verdone che per fortuna continua a farli - ci mancano. Dopo di loro la commedia ha risentito parecchio. C’è stato qualche exploit - Pieraccioni, Aldo Giovanni e Giacomo, Zalone - ma le vette di poesia raggiunte da quei quattro moschettieri non le ha toccate più nessuno».

Primo film da regista, “Maramao”, girato in Sardegna.

«A Villasimius, sulla spiaggia di Rio Trottu. Un film tutto visto all’altezza dei bambini, gli adulti si vedevano dal collo in giù».

In “Per amore solo per amore”sceglie una quasi sconosciuta Penelope Cruz: immaginava sarebbe diventata una star?

«Vado orgoglioso di essere stato uno dei primi a notarla. Ci ho visto lungo, ma Penelope era talmente brava che qualsiasi regista se ne sarebbe accorto. Avevo bisogno di una ragazza giovane, molto intensa. In Italia non l’avevo trovata. In Spagna mi proposero Penelope, mi fecero vedere il suo film e andai a conoscerla. Aveva un tremore negli occhi, una vivacità che non aveva nessun’altra. E ancora oggi quando vedo Penelope nei film mi rendo conto di quanto contino gli occhi in un attore».

Dopo Nuti un altro toscano: Pieraccioni. Lei è tra gli sceneggiatori del “Ciclone”: vi rendevate conto che stavate scrivendo un gioiello della commedia?

«Quel film lo avevamo approcciato come tutti gli altri. Dopo “I laureati” per noi era normale fare un film del genere. Credo che il successo del “Ciclone” sia dovuto alla freschezza del cast, alla bellezza dei luoghi, a una comicità innovativa, persone che si raccontano nella loro intimità e semplicità. “Il ciclone” è quello che vedi, non vuole mandare alcun messaggio. Neanche Cecchi Gori immaginava quel successo. Il giorno prima entrò nella stanza della moglie Rita, dove c’eravamo io e Leonardo: “ricordatevi – ci disse – che il flamenco in Italia non ha mai fatto una lira”. Il film è stato il più grande incasso degli ultimi anni».

Lei, Pieraccioni, Ceccherini, Conti, Panariello: esiste la banda dei toscani?

«Ormai siamo vecchi e siamo la Rsa dei toscani. Ma già prima di noi c’erano Nuti e Benigni. La toscanità è sempre stata presente nella commedia di un certo tipo. Pensiamo ad “Amici miei” di un toscano come Monicelli».

In “Il mio west” dirige David Bowie: era davvero antipatico?

«Non parlava con nessuno...».

Neanche con lei?

«Con me sì: lui concepiva solo di parlare con il regista. Ma voleva parlare soltanto di morte e io me ne stavo con la mano in tasca tutto il tempo. Bowie era una persona molto intelligente ma tra le più snob mai incontrate».

Come ha convinto De Niro a fare “Manuale d’amore”?

«Mi piacerebbe che questa domanda venisse girata a lui: “ma com’è che hai fatto quel film con quell’italiano?”. Io sono uno che ci prova sempre, non esistono cancelli murati, una serratura che li apre c’è sempre. Ma anche io ho ricevuto dei no».

Quello che le fa più male?

«Marcello Mastroianni fu una forte delusione. Avevamo scritto per lui un film tratto dal primo romanzo di mio fratello Sandro. Avevamo convinto Sergio Castellitto a fare il figlio, ma arrivati quasi alla fine della corsa Mastroianni si tirò indietro per fare un film di Scola con Troisi».

Lei è tra i pochi registi italiani ad avere sperimentato generi diversi: il più complicato?

«Non mi sono mai tanto preoccupato del pubblico, o meglio facevo finta di preoccuparmene, facendo credere al produttore che volevo fare film commerciali ma in realtà ho sempre fatto film che piacciono a me. A De Laurentiis feci fare “Silenzio si nasce”, la storia di due feti nella pancia della madre».

Come sta il cinema?

«Anche il cinema ha contratto il virus, ma non gli è andato via, è ancora positivo. Bisogna aspettare che si negativizzi. E cioè dobbiamo aspettare il ricambio generazionale. Dagli anni Settanta agli Ottanta si è passati da Sordi, Gassman, Manfredi e Tognazzi a Benigni, Troisi, Verdone e Nuti. Negli anni Novanta sono arrivati Pieraccioni, Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo, poi Zalone. Bisogna solo aspettare, la comicità non finisce».

Vede candidati all’orizzonte?

«Sì ma non faccio nomi».

Attore, sceneggiatore, regista, conduttore radio -tv: qual è il suo comune denominatore?

«Il divertimento. Se io mi diverto rendo il massimo, se lo devo fare perché va fatto o per convenienza mi intristisco. Il primo spettatore devo essere io, e dunque devo divertirmi».

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