Milena Agus: «Troppa solitudine al mondo d’oggi. L’unica via d’uscita è romanzare la vita»
La scrittrice tra letteratura, scuola e politica
Quando parla Milena Agus si ha la bella sensazione di fluttuare tra le parole: un tono dolce e cadenzato, musicale, come la sua scrittura. Dopo quattro anni di silenzio, l’autrice di “Mal di pietre” torna in libreria con “Notte di vento che passa”, edito da Mondadori: una storia di sogni e di Sardegna calata negli occhi e nell’animo della giovane Cosima, che vive l’attrito fra il mondo che immagina e quello in cui abita.
Cosima ha diciott’anni.
«E ha ragione a essere inadeguata, a non capire le cose del mondo».
Come vede il rapporto dei ragazzi di oggi con le “cose del mondo”?
«Sono stata con loro, in cattedra, fino a tre anni fa. Loro dentro sono uguali a sempre. Cambiano il contorno, le fissazioni, le mode: ma nei desideri, nella loro essenza, più o meno restano gli stessi: gli umani sono sempre gli stessi».
Cos’è cambiato, allora?
«Rispetto alla generazione passata, credo che il loro problema sia quello della solitudine, ma in un senso ben preciso: noi avevamo il senso del gruppo e della società, eravamo più l’uno nel tutto e tutto nell’uno. Loro sono monadi. Tutto il mondo oggi mi sembra fatto di monadi».
E come ne usciamo?
«Romanzando la vita. Che poi è tema del libro, rendere la vita accettabile perché la rendiamo letteraria: ci troviamo meglio dentro la nostra vita se la romanziamo».
È nato da qui il romanzo?
«In realtà avevo il desiderio irrealizzato di fare un vero romanzo sardo impegnato, di affrontare problemi sia storici che sociali, ma non ci sono riuscita. Ho provato a scrivere dei problemi dell’agricoltura e della pastorizia, dei paesi che si svuotano. Ho scritto di questo romanzo quattordici versioni e le ho tutte messe via per ricominciare da capo. Alla fine sono tornata a quello di cui so scrivere: storie d’amore, problemi esistenziali. Nel romanzo ci sono anche tutti i temi impegnativi ma sono collaterali».
C’è un desiderio che, invece, ha realizzato?
«Diventare mamma. Adesso ho quello profondissimo di diventare nonna».
Le manca la scuola?
«La scuola mi piaceva moltissimo: se dovessi rinascere, rifarei l’insegnante. Non mi sono molto accorta della pensione perché sono andata via in pieno covid: sono stati anni in cui nessuno ha fatto la vita scolastica. Avrei visto i miei alunni in video e per me sarebbe stato tristissimo interagire in quel modo. Io per tenere alta l’attenzione dei ragazzi facevo cinque ore di teatro, più che di lezione. Era una stanchezza fisica, non intellettuale. Dovevi preparare elezioni divertenti, emozionanti, perché altrimenti i ragazzi non li prendevi».
E invece lei per cosa si emoziona?
«Adoro tutte le opere che mi fanno ridere e piangere insieme. Mi piangere e sorridere. Mi piace la pesantezza trattata con leggerezza».
Che scuola vorrebbe, se potesse cambiarla?
«Punterei molto sulla scuola pubblica e vorrei delle scuole belle: ambienti gradevoli che possano essere luoghi di bellezza per gl alunni, posti in cui ti trovi bene per il solo fatto di guardarti attorno. La maggior parte delle scuole sono brutte e scomode. Quando dicono che gli alunni dovrebbero stare a scuola anche di sera in astratto può anche andare bene, ma non li puoi far stare in mezzo allo squallore, senza colore o del verde intorno. Devono pensare al decoro e all’edilizia, prima di includere i ragazzi. E poi, ogni scuola dovrebbe avere una mensa».
Le piace la nuova Presidente della Regione?
«Io adoro Alessandra Todde. Non l’ho mia conosciuta, l’ho vista solo in televisione. Ma avevo da tanto tempo il desiderio di un politico da amare: io amo la mia Presidente, Sono andata a votarla con la febbre alta alle sette del mattino. È una donna intelligente e aggraziata».
Lei in che Sardegna spera?
«Spero in una Sardegna senza abusi edilizi, in cui viene sperimentato un tipo di agricoltura sostenibile. Vorrei molta più attenzione alla natura e all’ambiente. Una Sardegna dove le industrie prevalenti siano quelle manifatturiere, un’isola che riesca ad attirare con la cultura. Spero con tutto il cuore che si trovi un modo per non abbandonare i nostri paesi».
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