La Nuova Sardegna

L'intervista

Gino Marielli: «Il disco in inglese dei Tazenda era pronto, fu Mara Maionchi a dirottarci sul sardo»

di Alessandro Pirina
Gino Marielli: «Il disco in inglese dei Tazenda era pronto, fu Mara Maionchi a dirottarci sul sardo»

L'artista racconta il successo della band sarda ora in tour con “Murales”

05 maggio 2024
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Trentatrè anni fa esplose il fenomeno Tazenda. Attraverso Sanremo il trio formato da Andrea Parodi, Gino Marielli e Gigi Camedda fece capire all’Italia intera che anche il sardo poteva essere pop. Trentatrè anni dopo i Tazenda, con Marielli e Camedda affiancati ormai dal 2013 da Nicola Nite, riportano in tour quello storico album del 1991, “Murales” che li fece amare anche da chi di sardo non capiva nemmeno una sillaba.

Marielli, è vero che i Tazenda nascono grazie a Mogol?
«Eravamo nella fase post chiusura del Coro degli Angeli e lui propose ad Andrea di cantare durante le cene della Nazionale cantanti. Andrea era molto affezionato a me e Gigi. O forse aveva visto più lontano di noi…».

La svolta in sardo?
«Volevamo fare un disco in inglese che era già pronto. Ed è ancora pronto, magari un po’ invecchiato. Per poterlo registrare facemmo un patto col padrone dello studio. Ci disse: “non pagate, ma mi fate un nastrino in sardo. Nanneddu meu, Non potho reposare, l’Ave Maria, poi magari ve ne inventate qualcuna…”. Fatto sta che siamo finiti da Mara Maionchi e le abbiamo fatto sentire l’album in inglese. E lei: “avete altro?”. E le abbiamo presentato “Misterios” del Coro degli Angeli. Alla Maionchi le si è accesa la lampadina: “tornate a casa e mischiate queste due cose, lo spirito pop rock inglese e la tradizione sarda. Tipo Pog e U2”. Così siamo tornati a casa e abbiamo fatto il compitino».

La prima grande platea fu Gran premio di Pippo Baudo.
«Quel primo disco non l’aveva considerato nessuno. La Ricordi non sapeva dove metterlo. Due anni dopo ci consigliarono di iscriverci a questo show Rai. Noi avevamo 30 anni, non volevamo fare un talent con i ragazzini. E invece fu una esperienza incredibile. Quattro mesi a Roma, vincemmo noi e la Sardegna. Da Gran Premio siamo usciti in modo prepotente. Il disco era pronto ad andare al macero: fu rimesso in produzione e vendemmo 15mila copie in una settimana».

Sanremo ‘91 fu la consacrazione. Come avvenne l’incontro con Pierangelo Bertoli?
«Baudo ci aveva invitati a Sanremo a scatola chiusa, ma dovevamo avere qualcosa. Non eravamo abbastanza forti per andare nei big. Spuntò l’ipotesi Bertoli. Ci dicevano: “potreste essere un combo perfetto”. Gli abbiamo dato la nostra canzone, “Disamparados” e lui ha scritto il testo (“Spunta la luna dal monte”, ndr). All’inizio la cosa ci stordì: “cosa è questo Frankenstein?”. Neanche noi eravamo pronti a un modello così strano».

È l’anno di Murales: cosa è stato per voi quell’album?
«È il disco che ha venduto di più: 200mila copie. Una cifra che vale il quintuplo visto che era tutto in sardo. Abbiamo dettato un paradigma: si può cantare in dialetto, si può mischiare la tradizione con l’elettronica».

Ramazzotti, Grignani, De André, Bertoli, Turci, Nomadi, Renga: come nascono queste grandi collaborazioni?
«Ognuna ha una storia diversa. De André fu intervistato dopo il nostro Sanremo ed ebbe per noi parole molto belle. Lo abbiamo ringraziato e lui ci ha invitati all’Agnata a bere un thè…».

Un thè?
«No, a fare una merenda di formaggio, salsiccia e vino. Ci siamo subito annusati come cani della stessa razza, anche se lui con un pedigree gigantesco. E gli abbiamo chiesto: “perché non scrivi due parole per noi?”. Gli abbiamo fatto sentire “Pitzinnos in sa gherra”. Lui è salito in soffitta ed è sceso con tre libroni di filastrocche. Abbiamo letto qualcosa ma senza combinare nulla. Dopo qualche tempo ci è arrivato in studio un suo fax con le sue proposte di filastrocche. E abbiamo scelto quella “trenta, quaranta, cinquanta…”. Ce la voleva regalare, ma gli abbiamo detto: “tu non ci regali niente, vogliamo averti tra gli autori”».

Andrea lascia il gruppo e rimanete in due.
«Fu un periodaccio, avevamo provato a studiarci, a trasformarci in frontman, ma quando va via il centravanti non funziona se metti i due laterali a fare la punta. E poi la gente voleva tre persone. Più avanti è arrivato Beppe Dettori e con lui abbiamo fatto un bel settennato».

E poi Nicola Nite.
«È il più longevo di tutti. Ed è molto fiero di questo record».

Trentatrè anni dopo cosa c’è da aspettarsi in questo tour?
«Abbiamo scollinato una certa ansia da canzone di successo, da fare a tutti i costi per restare sulla cresta dell’onda. Abbiamo scoperto di essere diventati una cosa tipo i Nomadi, i Pooh, che vai a sentirli e non te ne frega niente se hanno una canzone nuova. In qualche modo anche noi siamo diventati un’altra cosa ma dentro abbiamo sempre quello spirito combattivo per fare un disco rivoluzionario come fu “Murales”».

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