Marta Cooper a Cagliari, quando vide la street art a New York capì che era vera cultura underground
La celebre fotografa è ospite di “Muros de arte”, rassegna dedicata alle arti urbane e alla cultura digitale
Se fosse solo una questione di anagrafe i suoi ottantuno anni potrebbero far pensare a una donna attempata ma molto simpatica. La verità è però che a guardarla e sentirla parlare Martha Cooper somiglia più una ventenne ribelle. D’altronde sono passati solo quattro anni da quando nella metropolitana di Berlino se la diede a gambe, insieme al celebre gruppo di writers 1Up: «Io ero lì per documentare il loro lavoro poco legale, fatto mentre passavano i treni e con le bombole degli estintori piene di vernice. Successe poi un parapiglia di cui non capivo nulla, perché non parlo tedesco, e finì che per evitare i poliziotti ci sparpagliammo e fuggimmo via».
Rischi del mestiere per una fotografa specializzata nel ritrarre graffiti e street art in genere. È stata lei negli anni Settanta a fiutare che i segni che vedeva sui muri di New York erano il frutto di un fermento culturale tutto da indagare. In questi giorni Cooper è a Cagliari, ospite di “Muros de arte”, rassegna dedicata alle arti urbane e alla cultura digitale in corso ancora per oggi, sabato 12. Il suo lavoro di fotografa comincia al New York Post, dove è stata la prima donna assunta, con un posto molto ben pagato.
Come si è avvicinata alla street art?
«Ogni giorno mi spostavo da una parte all’altra della città. Lavoravo con una radio tramite cui il giornale mi diceva dove andare. Fu durante uno di questi spostamenti che mi imbattei nei disegni sui muri. Rimasi affascinata e decisi di approfondire».
Che cosa scoprì?
«Innanzitutto che quello che vedevo attraverso la città era la rappresentazione dei nomi dei ragazzi impegnati in questi disegni. In tempi di crisi economica, in cui c’erano pochi soldi e poco lavoro, i giovani poveri di New York avevano imparato a giocare con quello che avevano e disegnare sui muri o sui treni era per loro una forma di gioco».
Come si avvicinò a loro?
«Fu un bambino che si faceva chiamare con il tag H3 a farmi entrare presentantomi poi Dondi, il re dei graffiti a New York. La prima volta che parlai con lui mi sentii come se fossi stata introdotta in un mondo segreto. La seconda ero a casa sua con altri ragazzi, dopo due ore avevo le idee più chiare. Stavo scoprendo un mondo dell’underground che oggi è diventato un fenomeno mainstream».
Come lavoravano questi ragazzi?
«Avevano le idee molto chiare: facevano degli schizzi nei cosiddetti black book e poi capivano subito quali colori e in che in quantità usarne. Tra di loro facevano il passaparola per far sapere dove trovare i materiali».
Quando si parla di graffiti e street art è impossibile non pensare alla cultura hip hop…
«In realtà molti artisti rifiutano di essere associati alla cultura hip hop, sostengono che la loro arte sia venuta prima. Mentre molti cantanti mettono volentieri immagini di street art sui loro dischi».
Per dedicarsi alla fotografia della street art lasciò il New York Post. Ha mai avuto ripensamenti?
«Mai. Il giornale pur essendo un quotidiano lavorava come un tabloid e si procurava le notizie spesso con metodi discutibili, e questo non mi piaceva».
Come presero il suo addio in redazione?
«Non gliene importò nulla a nessuno».
Si occupa di street art da quasi cinquant’anni. Ha mai pensato di dire basta?
«A volte il mio lavoro può essere noioso perché realizzare un servizio può richiedere di stare davanti a un’opera in divenire dalla mattina a notte fonda, e hai pure il tempo per un riposino. Ma non posso dire di essere stanca perché facendo questo mestiere ho incontrato tanti artisti che sono diventati la mia famiglia».
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