Vulcani sottomarini, l’allarme dell’esperto: «Controlli necessari per evitare disastri»
Guido Ventura, Ingv: sono eventi rarissimi ma servono più dati. La loro stabilità deve essere monitorata
Il gigante fa paura. Spesso si sente parlare della possibilità che il vulcano sottomarino Marsili possa interrompere la sua quiete e ricordare a tutti la sua potenza. D’altra parte, si parla di quello che per dimensioni viene considerato “supervulcano” che, sebbene più “basso” di 350 metri, ha un’estensione pari a due volte quella dell’Etna. Il “gigante” è spesso monitorato, negli ultimi anni, e durante alcuni degli ultimi passaggi delle sonde sono state “rilevate tracce di collassi di materiale dai fianchi di alcuni dei vulcani sottomarini i quali potrebbero aver causato maremoti nelle regioni costiere tirreniche dell'Italia meridionale. Il sismologo Enzo Boschi, ex presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), nel 2010 aveva contribuito a far suonare l’allarme: «La nostra ultima ricerca mostra che il vulcano non è strutturalmente solido, le sue pareti sono fragili, la camera magmatica è di dimensioni considerevoli. Tutto ciò ci dice che il vulcano è attivo e potrebbe entrare in eruzione in qualsiasi momento». Guido Ventura, ricercatore dell’Ingv, ha però riportato la calma: «Le due eruzioni più recenti hanno età di circa 5mila e 3mila anni fa, sono stati eventi a basso indice di esplosività, e sono avvenute nel settore centrale dell’edificio a circa 850 metri di profondità da coni di scorie con raggio minore di 400 metri. In caso di eruzione sottomarina a profondità di 500-1000 metri sul Marsili, l’unico segno in superficie sarebbe l’acqua che bolle».
Il disagio si tradurrebbe in un semplice cambio di rotta per chi si trovasse ad incrociare in zona: «Il rischio associato a possibili eruzioni sottomarine è estremamente basso. Un’eruzione a profondità maggiore di 500 metri comporterebbe probabilmente soltanto una deviazione temporanea delle rotte navali», continua Ventura. Il rischio che il Marsili sia la causa di un fenomeno potenzialmente distruttivo per il Tirreno meridionale esiste comunque: «Il collasso laterale di vulcani sottomarini è un fenomeno conosciuto da tempo ma non è detto che produca tsunami, che invece sono generalmente associati a terremoti o frane di isole vulcaniche o di settori della scarpata continentale. La morfologia del vulcano – continua il ricercatore – non presenta evidenze di significativi collassi laterali di settore per gli ultimi 700mila anni di attività. C’è qualche frana solo nel settore centrale del vulcano ma si tratta di volumi irrisori di roccia disgregata. Sono fenomeni che si verificano spesso sui conoidi sommersi davanti alla foce di fiumi o al tetto della scarpata continentale lungo canyon sottomarini». In sostanza, nel record storico e geologico degli tsunami che hanno interessato le coste tirreniche non esistono evidenze di onde anomale ricollegabili a collassi del Marsili. Non è però detto che in futuro non si possano verificare e quindi una valutazione della stabilità del Marsili deve essere fatta ed è necessario che vengano raccolti più dati – conclude Ventura – così come più dati sono necessari relativamente all’attività sismica del vulcano sommerso». (claudio zoccheddu)
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