Sardegna fanalino di coda nell’eliminazione delle barriere architettoniche: solo 3 capoluoghi su 12 sono in regola – I DATI
Il rapporto dell’associazione Luca Coscioni delinea un quadro regionale arretrato
A quarant’anni dall’introduzione dell’obbligo di dotarsi del Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche (Peba), la situazione nei capoluoghi della Sardegna resta molto lontana dagli obiettivi fissati dalla normativa. È quanto emerge da un monitoraggio realizzato dall’Associazione Luca Coscioni, che ha analizzato lo stato di attuazione dei Peba nei principali centri italiani.
La situazione in Sardegna
Nel dettaglio, solo tre capoluoghi dell’isola hanno approvato formalmente il Piano con una delibera del Consiglio comunale, come previsto dalla legge. Si tratta di Iglesias, Oristano e Tortolì, che nel corso del 2025 hanno dato il via libera definitivo al documento destinato a programmare la rimozione delle barriere architettoniche negli spazi pubblici. Una situazione intermedia riguarda Nuoro: qui il Piano è stato adottato dalla Giunta comunale, ma deve ancora passare al vaglio del Consiglio per diventare operativo.
A Sassari il percorso è ancora più indietro: l’amministrazione ha avviato il processo di elaborazione del Peba istituendo un gruppo di lavoro e definendo le linee guida per la redazione del documento relativo alla rete stradale. Per altri capoluoghi dell’isola, invece, la situazione appare poco chiara. Secondo l’indagine non sono disponibili dati sullo stato del Piano a Cagliari e Carbonia – che non hanno risposto alla domanda di accesso agli atti dell’associazione -, mentre sui siti istituzionali di Lanusei, Olbia, Sanluri, Tempio Pausania e Villacidro non risultano informazioni consultabili relative all’adozione del Peba. Il quadro complessivo, quindi, mostra un ritardo significativo nell’applicazione di uno strumento previsto dalla legge da quasi quarant’anni e considerato fondamentale per garantire l’accessibilità degli spazi urbani.
Il quadro nazionale
Il ritardo non riguarda soltanto l’isola. Il monitoraggio condotto su 118 capoluoghi italiani – con l’esclusione di Roma, dove la competenza è affidata ai municipi – evidenzia che appena il 36,4% dei Comuni ha approvato il Piano tramite il Consiglio comunale.
Un ulteriore 13,6% dispone di documenti non ancora approvati o di strumenti alternativi non previsti dalla normativa, mentre il 21,2% si trova ancora nella fase di elaborazione. Nel restante 28,8% dei casi il PEBA risulta assente oppure non sono reperibili informazioni pubbliche sulla sua esistenza.
Secondo l’associazione, se la situazione appare critica già nei capoluoghi – che teoricamente dispongono di maggiori risorse tecniche e amministrative – il quadro nel resto del Paese sarebbe ancora più problematico. Le stime indicano infatti che soltanto circa il 15% dei Comuni italiani abbia realmente adottato un Piano di eliminazione delle barriere architettoniche.
“Un diritto riconosciuto anche dai tribunali”
«Dal corpo delle persone al cuore della politica: nei tribunali abbiamo conquistato un vero e proprio diritto ai Peba – dichiara l’Avv. Alessandro Gerardi, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni e legale che segue le iniziative dell’Associazione sull’accessibilità –. In questi anni abbiamo affrontato casi concreti di discriminazione. La giurisprudenza ha chiarito che l’assenza dei Peba non è una semplice mancanza amministrativa, ma una lesione di diritti. Possiamo dirlo con chiarezza: grazie alle nostre iniziative si è costruito un vero e proprio diritto ai Peba, come dimostrano i provvedimenti emessi dai Tribunali, sia in sede civile che amministrativa, con i quali i Comuni di Catania, Santa Marinella e Pomezia sono stati condannati ad adottare il Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche in tempi certi».
Sulla stessa linea anche Rocco Berardo, coordinatore delle iniziative dell’associazione sui diritti delle persone con disabilità: «A distanza di quarant’anni dalla legge, l’Italia resta molto indietro sul fronte dell’accessibilità. Non si tratta di un aspetto tecnico, ma della possibilità concreta per milioni di persone di muoversi, studiare e lavorare con pari dignità».
