La Nuova Sardegna

L’intervista

Salvatore Niffoi torna in libreria: «Non cerco la Sardegna cartolinesca, la letteratura? Per me è riscatto»

di Paolo Ardovino
Salvatore Niffoi torna in libreria: «Non cerco la Sardegna cartolinesca, la letteratura? Per me è riscatto»

Il nuovo libro dello scrittore di Orani si intitola “Lo spiedo e la rosa”, un giallo dove esordisce la coppia Bobo Sirboni e Lella Camandula

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Il nuovo libro di Salvatore Niffoi appena uscito si intitola “Lo spiedo e la rosa” (La nave di Teseo) e segna l’esordio di una nuova coppia nel giallo italiano. Gli ispettori Bobo Sirboni e Lella Camandula, nel paese immaginario di Noroddile. Barbagia piena.

Perché, ancora, il giallo? Lo scrittore di Orani dall’ormai lunga bibliografia lo spiega così: «Ho scritto una serie di gialli perché non sono razzista e credo che la letteratura non abbia colore. Non è mai gialla, nera, rosa o classica, è sempre tutto. Io nasco aperto alla contaminazione, al meticciato. Per me la scrittura è come la fame che non si lascia dimenticare».

Lo scenario è ancora una volta quello di casa, almeno in partenza. «Passo dalla poesia alle favole cercando di evitare la folclorizzazione pataccara ed ingombrante della così detta narrazione identitaria. In quest’ottica mi metto ogni volta in gioco sulla pagina senza maschere stranianti o mistificanti sotterfugi cartolineschi». E qui sembra calarsi pienamente nella discussione che nell’ultimo anno tiene banco tra autori e addetti ai lavori. Tema: la letteratura sarda che compiace dando un’immagine dell’isola impregnata di falsa arcaicità e ancestralità. Lo scrittore di Orani si tira fuori, sulla nuova storia giunta in libreria parla di «due investigatori bizzarri che si incontrano per cercare di scoprire l’autore di una serie di delitti le cui vittime sono tutte donne celibi, cinquantenni e senza prole. Killer con un suo rituale punitivo, preciso, spietato, raffinato e colto. Spiedino nel cuore, rosa tra le mani, citazione shakespeariana».

Maestro alle scuole medie, l’esordio letterario trent’anni fa (con “Collodoro” nel 1997), il successo con “La vedova scalza”, premio Campiello nel 2006, poi una serie di romanzi che sanno di Sardegna, di misteri, relazioni, intrighi nella storia. L’isola non è mai solo sfondo, è una grande protagonista sempre presente: «Noi sardi quando non abbiamo la forza e il coraggio di fare i conti con il passato, ci aggrappiamo a narcisistiche fantasie ereditarie inesistenti, rinviando tutto a tempi così remoti in cui ogni verità è indimostrabile – Niffoi parla della sua visione della Sardegna e dei sardi –. Ma finché non riusciamo a capire bene il nostro passato, io credo che oltre alla Deledda, dovremmo tornare a fare tesoro della lezione di Gramsci. Vorrei inoltre ricordare a tutti che il miglior modo di celebrare il Nobel alla Deledda è quello di leggerla».

Scrittore che fa genere a sé, sguardo severo sulla realtà. E l’alone di mistero dai libri si sposta alla persona, che non rilascia interviste ma scrive appunti a mano libera. Una lunga lettera barocca dove passa al confronto tra sardi e greci, all’attitudine al racconto mitico. Che dall’altra parte del Mediterraneo è passato da Omero. Anche se «io sto dalla parte di Euripide e non da quella di Eschilo», argomenta: «Non sono mai avulso dal mio contesto, i miei personaggi sono io, e loro sono me in modo flaubertiano. Se poi, nei miei romanzi si va a cercare l’impiantito, come dicono gli archeologi, il solido, il battuto, si possono scoprire assonanze con “Le rane” di Aristòfane, a parte il linguaggio che può sembrare in modo attualizzato, picaresco».

La letteratura non ha una «funzione lenitiva», conclude «ma di riscatto». Così come il confronto con la morte, che «come tutti gli ambulanti va altrove e, invece della solita chincaglieria, si porta appresso la stanchezza, il male di vivere di tanta gente, serial killer compresi».

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