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Niccolò Fabi in Sardegna per tre date: «La mia musica mi racconta»

di Caterina Cossu
Niccolò Fabi in Sardegna per tre date: «La mia musica mi racconta»

Il cantautore romano sarà a Porto Rotondo, Cabras e Sarroch: «Una bella occasione per raggiungere tutta l’isola»

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Tre concerti consecutivi in Sardegna non li aveva mai fatti. Il 16 luglio Nicolò Fabi sarà a Porto Rotondo, il 17 luglio a Cabras e il 18 luglio a Sarroch. «È una bella occasione – racconta – perché invece di costringere il pubblico a fare tanti chilometri, riusciamo a raggiungere chi vive nel centro, nel sud e nel nord dell’isola». Il cantautore romano torna così in una terra alla quale dice di sentirsi «profondamente legato», portando un concerto che intreccia le canzoni più recenti con alcuni brani diventati ormai classici del suo repertorio.

Sono ancora canzoni che raccontano lei o che ormai appartengono alla collettività?

«Da diversi anni la scaletta è costruita soprattutto attorno ai dischi pubblicati dopo il 2012. “Costruire” non può mancare e “Lasciarsi un giorno a Roma” è ormai diventata il rito con cui chiudo ogni concerto. Porto sul palco solo canzoni nelle quali continuo a riconoscermi: non riuscirei a cantare brani che oggi non sento più miei. Chi mi segue conosce questa mia caratteristica e, anzi, credo apprezzi proprio la sincerità».

Si è mai chiesto come parlare a ragazzi cresciuti nell’epoca degli algoritmi?

«Più che altro mi domando se un linguaggio come il mio possa ancora arrivare alle nuove generazioni. Negli ultimi quindici anni ho raccontato il percorso di un uomo passato dai quarant’anni ai cinquanta: non è semplice pensare che un ragazzo di vent’anni possa riconoscersi immediatamente in questo tipo di esperienza. Con “Una somma di piccole cose” ho intercettato però tanti ragazzi attratti da sonorità folk americane, poco rappresentate in Italia, che hanno trovato nelle mie canzoni un punto di riferimento».

Ha parlato di musica e filosofia in un noto podcast: c’è ancora spazio per l’introspezione?

«Se guardiamo il mondo attraverso il periscopio dei social sembra di no: lì passano soprattutto spettacolarizzazione, polarizzazione delle opinioni e protagonismo. Ma basta uscire da quello schermo. Quando sei seduto davanti a una pizza o a una birra con un amico è impossibile non chiedergli come sta o non avere voglia di raccontarsi. L’introspezione continua a vivere nelle relazioni vere. È lì che dobbiamo restare».

Esiste una tendenza all’appiattimento culturale?

«Esiste soprattutto la legge del mercato, che ha un unico obiettivo: vendere. L’esatto contrario del fare cultura. L’approfondimento richiede tempo, esercizio, disponibilità a fermarsi. Sono aspetti che il mercato fatica a valorizzare».

Il tempo è una costante della sua scrittura. Guarda più al passato o al futuro?

«Per carattere e per interessi ho sempre avuto una naturale inclinazione verso il passato. Mi affascina studiare gli eventi, capire come si sono sviluppati, lasciarmi attraversare anche da una certa nostalgia poetica. Non sono un grande avventuriero proiettato verso il futuro, anche se ogni tanto mi piacerebbe esserlo».

Con Daniele Silvestri e Max Gazzè avete condiviso un percorso unico. Ora i vostri cammini da solisti sembrano attraversati dalla stessa maturità.

«Abbiamo radici comuni: la stessa età, la stessa generazione, lo stesso modo di costruire una carriera. Siamo cresciuti in un’epoca in cui la velocità non comandava tutto e abbiamo avuto il privilegio di sviluppare lentamente il rapporto con il pubblico. Ora i tempi sono molto più rapidi e spesso non permettono lo stesso approfondimento. Guardiamo con preoccupazione ad alcune storture della società contemporanea, anche pensando ai nostri figli, ma continuiamo a portare dentro quel modo di vivere e fare musica».

Che rapporto hai con chi ti ascolta?

«È un rapporto molto profondo. Ho sempre cercato di mettermi in gioco raccontando la mia interiorità, le emozioni, i dubbi, le fragilità. Chi ascolta le mie canzoni spesso lo fa in momenti importanti della propria vita, belli o dolorosi. Molti mi dicono di trovare nella mia musica parole che descrivono pensieri che non hanno mai avuto il coraggio di dire ad alta voce. È inevitabile che si crei un legame forte, anche tra persone che in realtà non si conoscono». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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