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L'intervista

Lino Musella: «La sincerità è l’azione più politica in un’epoca di manipolazione»

di Alessandro Pirina
Lino Musella: «La sincerità è l’azione più politica in un’epoca di manipolazione»

L'attore napoletano a Cagliari con “Stato d’assedio” di Mahmoud Darwish

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Lino Musella è oggi uno degli attori italiani più affermati e riconoscibili, capace di muoversi con naturalezza tra cinema, tv e teatro, senza mai rinunciare a una forte cifra personale. Sabato 5 settembre sarà a Cagliari con “Stato d’assedio”, un reading teatrale che dà voce alla poesia di uno dei più importanti autori palestinesi contemporanei, Mahmoud Darwish. Un appuntamento, targato Cedac, che si svolgerà alle 19.30 in piazza del Carmine, all’interno delle manifestazioni volute dal Comune: l’ingresso sarà libero.

Mahmoud Darwish scrive “Stato d’assedio” nel 2002, durante l’assedio di Ramallah. Oggi, mentre la parola “assedio” è tornata con una drammatica centralità nella mattanza di Gaza, che cosa significa per lei pronunciare quei versi?

«Lo stato d’assedio è una condizione precedente a quella che vive oggi Gaza. La parola assedio si rifà alla condizione di un popolo. Infatti, in questo testo c’è un richiamo continuo all’assedio di Troia. In quest’opera Darwish intreccia varie poesie che sembrano staccate l’una dall’altra, ma a un certo punto questi frammenti ritornano nel descrivere la situazione dell’assediato. L’autore, nella prefazione, dà una definizione di assediato, “hala”, una condizione che è molto fertile per la poesia».

Darwish affida alla poesia una funzione quasi necessaria: resistere, conservare la memoria, immaginare un futuro.

«La poesia palestinese è una poesia di resistenza. Mi attengo alle parole di Darwish: lui dice che sta alla poesia curare le ferite del luogo. Lui affida alla poesia un compito pazzesco. D’altronde, la poesia è la forma d’arte più immediata. Puoi scriverla ovunque, anche in un carcere».

Se Darwish sostiene che la poesia deve essere “più forte dell’assedio”, quale pensa possa essere oggi il compito di un attore e di un artista?

«Anche di fronte a quello a cui assistiamo oggi, a una comunicazione sempre più violenta e poco veritiera, credo che oggi il compito dell’arte sia la sincerità. Per un artista, oggi, l’azione più politica è essere sincero. In un’epoca di manipolazione non c’è nulla di più politico».

Nel 2026 ha vinto il suo primo David per “Nonostante” di Mastandrea, arrivato a coronare un decennio d’oro. Si considera un figlio di Gomorra?

«Non saprei se sono un figlio di Gomorra, non è stato quello ad avermi portato dove sono adesso. Sicuramente “Gomorra” è stata una partecipazione importante, è stata la mia prima esperienza di impatto con la macchina cinematografica: un battesimo di fuoco. Dal punto di vista formativo mi ha dato tantissimo. A teatro avevo già fatto tanto, ma il cinema è arrivato solo vent’anni dopo».

A Venezia sarà in concorso con “Il fuoco che ti porti dentro” di Edoardo De Angelis.

«Un progetto bellissimo, in cui ci siamo legati parecchio: io, Vanessa Scalera, il regista. Sono felicissimo di tornare a Venezia in concorso, perché, se è stato selezionato pur non essendo un film di quelli grandi, vuol dire che ha una certa forza».

E dopo Venezia?

«Con il film di Paolo Genovese, “Il rumore delle cose nuove”, apriremo il Festival di Roma. Questo e quello di De Angelis sono due film che ho amato a partire dalla scrittura. Quando succede così vuol dire che è qualcosa di estremamente forte».
 

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