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Vecchioni torna sul palco dopo i problemi di salute: «Forse sarà l’ultima volta per molti mesi»

Vecchioni torna sul palco dopo i problemi di salute: «Forse sarà l’ultima volta per molti mesi»

Il cantautore emoziona Roma dopo il concerto annullato a marzo: «Ero in ospedale con un tubo in gola»

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Roma «Statemi vicino. Mille di qua e mille di là, perché sono molto emozionato dopo mesi e mesi che non canto. E questa forse sarà l’ultima volta perché per altrettanti mesi non potrò cantare». Roberto Vecchioni torna davanti al pubblico e lo fa senza nascondere l’emozione e le difficoltà attraversate negli ultimi mesi.

Seduto a lungo su uno sgabello, jeans e camicia, il cantautore ha regalato al pubblico una serata particolare, segnata tanto dalle canzoni quanto dai racconti e dalle confidenze. Un concerto atteso da marzo, quando Vecchioni aveva dovuto annullare per motivi di salute la data prevista al Teatro Brancaccio. «Non ci avrei rinunciato per niente al mondo – ha raccontato – perché quando sarei dovuto venire qui ero in ospedale, con un tubo dentro la gola. Oggi sono ancora convalescente, ma anche tosto, e ho rimediato alla mia colpa tornando da voi».

Il Professore ha parlato apertamente anche dei giorni più difficili trascorsi in ospedale, alternando serietà e ironia. «Ero conciato malissimo. A un’infermiera ho chiesto: “Sto per morire?”. E lei mi ha risposto: “Prima o poi tutti dobbiamo morire”». Prima della tappa romana si era esibito soltanto una volta, a Milano, dove aveva invitato anche lo staff del Fatebenefratelli che lo aveva seguito. Tra una canzone e l’altra Vecchioni ha lasciato ampio spazio alle parole, alle riflessioni e alle battute sull’attualità, ricordando anche l’amico Francesco Guccini: «Credo di essere l’unico autore di cui Francesco abbia cantato una canzone non scritta da lui».

Il momento più intimo è arrivato parlando del figlio Arrigo, morto suicida a 36 anni, e dell’impegno della Fondazione Vecchioni. Sul palco è salita anche la moglie Daria Colombo, al suo fianco da 45 anni, per raccontare il lavoro portato avanti contro lo stigma che ancora circonda le malattie mentali.

«Sono malattie come tutte le altre e non devono essere circondate dallo stigma – ha spiegato Colombo –. Nostro figlio mi diceva: “Mamma, mi vergogno”. Questo non deve più accadere. Le famiglie non devono essere lasciate sole come è successo a noi».

Nel finale Vecchioni ha affidato alle sue canzoni più celebri il saluto al pubblico: Chiamami ancora amore, Luci a San Siro e infine Samarcanda. Proprio sulle note del brano del 1977 ha lasciato lo sgabello, tornando in piedi per cantare la storia del soldato che tenta inutilmente di sfuggire alla morte. Un finale dal valore inevitabilmente simbolico per una serata in cui Vecchioni ha parlato senza reticenze di fragilità, dolore, amore e voglia di continuare.

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