Cristina Caboni: «Nel mio romanzo ridò voce alle scrittrici silenziate perché donne»
L’autrice in libreria con “La curatrice di libri antichi”
La storia si apre da Parigi e si svolge a Verona, la sua protagonista è Manon, esperta di libri che quando si ritrova a catalogare i volumi di una biblioteca finisce per dare voce alle scrittrici dimenticate. Grandi, talvolta grandissime autrici che hanno attraversato i secoli ma che abbiamo dimenticato, nella migliore delle ipotesi, o che non abbiamo mai sentito nominare. Con il suo ultimo romanzo, “La curatrice di libri antichi" (Garzanti), Cristina Caboni unisce la narrazione delicata con un’operazione di riscoperta letteraria e storica.
Perché una storia che parla di libri?
«È nata da due riflessioni, la prima sull’importanza del libro come luogo nel quale ritrovarsi. È un luogo senza conflitto, che ti permette di essere accolto, riflettere ed essere attivo. Dal punto di vista prima di tutto di lettrice mi piaceva raccontare come approcciarsi a questo mondo straordinario. Sì, un libro che si apre è proprio un mondo parallelo».
Poi c’è un altro motivo?
«Sì, mi ha colpito che i libri antichi in effetti hanno due storie: quella raccontata e quella che compone chi il libro lo ha posseduto».
Il romanzo si fonde alla storia grazie ad alcune scrittrici.
«Le scrittrici ci sono sempre state, purtroppo senza essere conosciute. Perché il canone che ha deciso su quali opere ci formiamo è monogenere. E le scrittrici non vengono studiate, ma citate».
Vuole restituire loro voce?
«Questa cosa mi sembra ingiusta, mi ha spinto a inventarmi una biblioteca composta da opere di nostre grandi autrici silenziate e che avrebbero dovuto avere più spazio. Non è neanche una polemica, ma una constatazione. Con tristezza».
Un’autrice a cui è particolarmente legata?
«Ricordo quando avevo scoperto che la prima scrittrice professionista in Europa è stata Christine de Pizan (1364-1430 circa). Immagina la mia sorpresa quando ho letto che in realtà nasce Cristina da Pizzano, originaria di Venezia. Mi ha sbalordito. In un’epoca dove immaginavo le donne non potessero studiare, infatti era così, lo facevano solo in ambiti conventuali e domestici, lei invece di sposarsi aveva aperto uno scriptorium».
Cosa ha letto?
«“La città delle dame”, pensa la sua modernità: auspicava una città dove le donne potevano essere libere».
A proposito di biblioteca, un libro che le piacerebbe scrivere?
«Mi piacerebbe raccontare una storia da mille pagine, di quei volumoni che poi da lettrice amo. Ma vuol dire anche dare tantissimo, dedicarci molto tempo».
Nell’isola è aperto il dibattito sui romanzi che vogliono rappresentare la Sardegna. Lei non insiste per renderla una protagonista delle sue storie. È un’ispirazione o un luogo dal quale fuggire?
«No, mi ispira tantissimo. La mia formazione, i miei occhi e il modo di ragionare sono sardi. Però sono anche italiana ed europea, senza quei vincoli e confini così alti. La Sardegna è meravigliosa, aspra, sofferente, forse soffre del retaggio del colonialismo che non possiamo non riconoscere, però è anche fatta di gente dall’antica memoria. Non dimentichiamo di essere una terra di sopravvissuti».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
