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The Strokes, ‘Reality Awaits’ mette alla prova anche i fan più fedeli

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Milano, 24 lug. (Adnkronos) - Se non vi piacciono, forse non li avete davvero capiti. Potrebbe sembrare provocatorio pensarlo, ma ascoltando 'Reality Awaits' viene quasi spontaneo. A venticinque anni da 'Is This It?', il disco che ha rimescolato le carte del rock dei primi anni Duemila, gli Strokes non hanno alcuna intenzione di replicare sé stessi. Anzi, sembrano divertirsi a spiazzare chi continua ad aspettarsi da Julian Casablancas e compagni un’altra 'Someday' o una nuova 'Reptilia'. Pubblicato oggi per Sony Music / Cult Records / Rca Records, 'Reality Awaits' arriva sei anni dopo 'The New Abnormal', l’album che nel 2020 aveva rilanciato la band anche presso una nuova generazione di ascoltatori, complice il successo di brani come 'The Adults Are Talking'. Registrato in Costa Rica con Rick Rubin e completato in diverse parti del mondo, il disco accompagnerà un lungo tour internazionale che, dopo il Coachella, include i palchi di festival come Bonnaroo, Outside Lands e Summer Sonic in Giappone, oltre all’unica data italiana, il 17 ottobre all’Unipol Arena di Bologna. Nel frattempo, la band newyorkese continua a vivere una seconda giovinezza. Da pionieri del garage rock revival sono diventati negli anni una band di culto, passando dall’essere indicati come i "salvatori del rock" a un gruppo capace di conquistare anche il pubblico più giovane, fino a diventare uno dei nomi indie più popolari. 'Reality Awaits' è forse il lavoro più sperimentale della loro carriera, un disco che suona libero e segue l’istinto. L’apertura è affidata a 'Psycho Shit', un brano costruito su atmosfere sospese con Casablancas che ripete: "Siamo tutti morti, qual è il tuo premio? Molestare gli altri, solo per essere un animale domestico". La voce di Casablancas, filtrata dall’Auto-Tune, accompagna un crescendo di oltre cinque minuti che prepara il terreno a 'Dine And Dash', uno dei brani più imprevedibili mai pubblicati dagli Strokes. Il pezzo cambia continuamente: parte con un groove post-punk, devia verso cambi improvvisi, introduce lo spoken word recitato e torna poi agli effetti vocali. È un inizio che potrebbe spiazzare qualcuno ma conoscendo Rick Rubin non sorprende più di tanto. Il produttore, che in carriera ha firmato album fondamentali come 'Toxicity' dei System of a Down, 'Blood Sugar Sex Magik' dei Red Hot Chili Peppers e 'American Recordings' di Johnny Cash, ha sempre avuto la capacità di spingere gli artisti fuori dalla loro zona di comfort. E qui il risultato è evidente. Il resto del disco continua sulla stessa strada. Le nove canzoni rifuggono la via più facile: si deformano, cambiano direzione all’improvviso per poi tornare al principio. 'Lonely in the Future' sembra inizialmente destinata a diventare una cavalcata rock ma si trasforma rapidamente in una sorta di jam danzereccia. 'The Fruits of Conquest' gioca invece con richiami al rock classico per poi scivolare verso territori psichedelici, mentre 'Liar’s Remorse' sorprende con una ballata swing. Il frontman è il vero protagonista del disco. Alterna spoken word, improvvisazioni e continui giochi vocali. 'In Falling Out of Love' sembra quasi sussurrare. Ma è l’Auto-Tune l’elemento che sicuramente dividerà i fan, compresi quelli più fedeli. Il suo utilizzo attraversa praticamente tutto l’album: a tratti riesce a creare un’atmosfera straniante, in altri finisce per mettere in risalto la voce di Casablancas. Una scelta che aveva già acceso il dibattito dopo l’uscita dei singoli 'Falling Out of Love' e 'Going Shopping' e che trova quasi una risposta in 'Lonely in the Future', dove il cantante sembra liquidare con sarcasmo le critiche, comprese quelle del critico musicale più famoso di YouTube, Anthony Fantano. Il messaggio è chiaro: agli Strokes interessa sempre meno piacere a tutti. Ma l’intesa tra Julian Casablancas, Nick Valensi, Albert Hammond Jr., Fabrizio Moretti e Nikolai Fraiture resta intatta. A chiudere il disco 'Tyrants of the Mellow Moon', una ballata malinconica con un lungo assolo di chitarra dalle sfumature progressive. Per riassumere lo spirito dell’album si è quasi tentati di sventolare la fotografia dai colori bruciati, quasi anni Settanta, che ritrae Julian Casablancas e soci in abiti estivi, come se fossero stati immortalati durante una jam improvvisata. È l'immagine di una band che, venticinque anni dopo il debutto, continua a seguire la propria direzione senza preoccuparsi troppo delle aspettative. Il cowboy della copertina, impegnato a restare in sella a un cavallo imbizzarrito, diventa così la metafora di un disco volutamente imprevedibile. (di Federica Mochi)

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