La Nuova Sardegna

«Cari ragazzi siate responsabili e tutti insieme ce la faremo»

di Silvia Sanna
«Cari ragazzi siate responsabili e tutti insieme ce la faremo»

Il direttore dell’Ufficio scolastico regionale spiega le criticità di questo anno particolare e fa un appello agli studenti e alle famiglie

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Ci sono i soldi – 30 milioni di euro – per pagare docenti e collaboratori e ci sono le cattedre per assumere 2mila precari. Quello che manca, in quest’anno scolastico che parte tra le palpitazioni, segnato dal Covid e dall’incubo delle chiusure, sono i docenti: pochi, pochissimi gli specializzati, a causa di concorsi rimandati e di bocciature selvagge. Si inizia così, in Sardegna, con tante caselle ancora da riempire e lacune storiche da colmare. Già, perché il lockdown e le misure di sicurezza da adottare per arginare la diffusione del virus, hanno aggravato una situazione già complicatissima. Il risultato è che in tutti gli istituti – fatta eccezione i centri in cui le scuole sono ancora chiuse causa contagi – la campanella è già suonata ma il 50% delle supplenze deve essere assegnato. Francesco Feliziani, da 15 anni in Sardegna e da 7 dirigente dell’ufficio scolastico regionale, fa un lungo sospiro e per prima cosa si rivolge agli studenti: «Siate responsabili, vi chiedo di farlo per voi stessi e per le persone più fragili, come i vostri genitori e i vostri nonni».

Feliziani, si parte tra gel, distanze e mascherine. Che anno sarà?
«Spero normale, una normalità condizionata dal virus che ha cambiato la vita di tutti. Abbiamo lavorato per mesi per ottenere questo risultato: tornare in classe, alla normalità appunto. Per questo serve l’impegno di tutti, a partire dai ragazzi e dalle famiglie per tutelare innanzitutto la salute».

Faccia un appello.
«Ai ragazzi chiedo di vivere l’adolescenza in maniera serena ma nel rispetto delle regole. Quando si è giovani si pensa di essere invulnerabili ma è giusto ricordarsi dei più deboli, di chi di fronte a questo virus non ha la stessa resistenza di chi è giovane. Alle famiglie chiedo di avere pazienza e di collaborare con le scuole e gli insegnanti: l’unione fa la forza, mai così tanto come in queste situazioni».

Parliamo della situazione degli istituti nell’isola. I problemi di spazio sono stati risolti?
«Quasi ovunque sono state trovate le soluzioni. Gli spazi sono stati adeguati, in alcuni contesti – soprattutto urbani – affittando locali per ospitare gli studenti o rinunciando ad aule in precedenza adibite a laboratori o sale musica. In altri casi per ora le lezioni frontali si alternano alla didattica a distanza, per ridurre i gruppi classe e dunque limitare i rischi».

A proposito di didattica a distanza, c’è chi sostiene che alla luce del rialzo dei contagi in agosto, sarebbe stato preferibile evitare il rientro in classe. Che ne pensa?
«Credo che l’obiettivo di normalità si scontri con la scelta della didattica a distanza: la dad è una risorsa, adottata come misura emergenziale durante il lockdown e alla quale ricorrere solo se necessario. Questo è stato detto dall’inizio dagli organi competenti e sulla base di queste indicazioni abbiamo lavorato tantissimo per garantire un rientro in aula in sicurezza».

Alcuni istituti dopo pochi giorni hanno già chiuso. Altri hanno rinviato l’apertura. La spaventa questo scenario?
«È stato messo in conto. Partiamo dalla considerazione che non possiamo permetterci un lockdown generalizzato: per questo ogni piccolo focolaio deve essere spento immediatamente. Meglio chiudere un plesso scolastico o un Comune, azzerare e ripartire».

Il Ministero ha annunciato l’arrivo di banchi singoli per garantire il distanziamento in aula. Quanti spettano all’isola e quanti ne sono arrivati?
«Sono stati i dirigenti a fare le richieste per un totale di circa 60mila banchi. Nella distribuzione si è data precedenza alle Regioni in cui la scuola è ripartita prima, al momento in Sardegna ne sono arrivati circa tremila».

Pochi, nel frattempo che si fa?
«Dei sardi apprezzo da sempre la nobile e intelligente arte dell’arrangiarsi. Dove c’è lo spazio si utilizzano i banchi doppi a uso singolo, dove lo spazio non garantisce la distanza interpersonale di 1 metro i ragazzi dovranno indossare la mascherina per l’intera durata delle lezioni, ma solo sino a quando non arriveranno i banchi singoli».

Un grave problema sono le cattedre scoperte, posti comuni e sostegno. Perché ogni anno aumenta il numero dei supplenti?
«Perché i concorsi, pochi e dalle procedure complicate, non garantiscono un numero adeguato di immissioni in ruolo. Quest’anno su 2700, comprese materna e primaria, abbiamo fatto appena 650 ruoli per assenza di candidati. Gli altri posti saranno coperti da precari, che nel sostegno saranno circa 3mila».

Il concorso di fine ottobre risolverà i problemi?
«Se si farà, avremo persone in cattedra dal 1 settembre 2021. Ma la vera soluzione, lo dico da anni, è riaprire le Sis, le scuole di specializzazione: il concorso si faceva all’ingresso come test d’accesso e alla fine del percorso si stilavano le graduatorie sulla base del punteggio. Per 10 anni hanno rappresentato un serbatoio prezioso da cui attingere docenti abilitati nelle diverse classi di concorso. Poi sono state cancellate e il numero di precari è lievitato a dismisura. È stato un errore clamoroso».
 

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