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Fin dall’antichità una narrazione tossica del femminicidio

di Gian Marco Roffia*
Susanna e i vecchioni, di Artemisia Gentileschi (1593-1653)
Susanna e i vecchioni, di Artemisia Gentileschi (1593-1653)

Le radici profonde della violenza

04 marzo 2024
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La violenza di genere è un arbusto che affonda radici profonde nell’antichità. Per poter comprendere questo fenomeno inumano, è necessario conoscerne le cause ancestrali.

La donna-capro espiatorio

Le prime donne della mitologia occidentale, Eva e Pandora, sono legate dalla funzione di capro espiatorio, valore intrinseco della loro esistenza; in entrambi i miti, alla creazione della donna succede obbligatoriamente la rovina dell’umanità. Nel suo fortunato Racconto dell’Ancella, Margaret Atwood narra di un futuro vicino, ambientato in un regime teocratico totalitario, basato sul controllo del genere femminile: ognuna esiste solo in relazione ad un marito, padre, figlio; agghiacciante l’affermazione dell’autrice sul romanzo distopico: «non ho inventato niente, ogni avvenimento è infatti ripreso da eventi storici realmente accaduti nel mondo».

Non un omicidio qualunque

Capita sovente di leggere o sentire frasi come «le vittime di sesso maschile sono più di quelle di sesso femminile», perciò occorre spiegare che il femminicidio non è un omicidio qualunque: la differenza la troviamo nel movente. Parliamo di assassinii fondati su motivazioni di genere, e non di ogni omicidio avente come vittima una donna. Su 119 donne uccise nel 2021, l’Istat afferma che solo quindici non erano vittime di femminicidio, e solo quindici di queste non conoscevano il carnefice. Su 184 uomini uccisi, sette sono stati assassinati dalla moglie o convivente, e uno dall’ex partner, contro i cinquantaquattro uxoricidi, più sedici di ex e trenta di parenti.

L’amore giustificante

Come afferma Dacia Maraini, persiste la smania di possesso spacciata per sentimento d’amore. Questi individui sono riconoscibili per la loro smodata gelosia, tentano di controllare la partner dal punto di vista sociale e, talvolta, da quello fiscale. La sminuiscono e la umiliano (esempi tipici di comportamento narcisistico). Niente di tutto ciò avviene in relazioni sane, pertanto dobbiamo estirpare la narrazione tossica alle volte presente nella cronaca, spesso ornata di victim blaming (attribuire alcune colpe alla vittima, giustificando implicitamente l’azione del responsabile). È inaccettabile riferirsi ad un uxoricida come “gigante buono”, che era “esausto”, “la amava troppo” e “non voleva accettare la separazione”

Una mentalità da cambiare

Questo fenomeno dilagante sembra impossibile da arginare, per cui non manca chi ritiene necessaria l’introduzione dell’educazione all’affettività nelle scuole; garantire degli insegnamenti imparziali a tutti gli studenti potrebbe essere importante, ma proprio tale imparzialità può vanificare la lezione impartita. Di conseguenza, piuttosto che domandare alla scuola, dovrebbero essere genitori e familiari in primis, a promuovere un’alfabetizzazione emotiva ad hoc, in base al carattere e alle abitudini dei ragazzi che hanno cresciuto. Posto che il femminicidio, prima di essere punito, va prevenuto.

È essenziale certamente un cambio di mentalità, Giulia Cecchettin è stata la centocinquesima vittima, separata da meno di quarantotto ore dalla successiva. Ma se la tragedia di Giulia aveva un finale già ben delineato e non diverso dagli altri, perché ha scosso l’Italia con così tanto vigore? Per la speranza di un finale diverso, la stessa Speranza che è rimasta nel vaso di Pandora.

*Gian Marco è uno studente della IV B, Liceo Classico Azuni


 

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