Il processo durò troppo: sì al risarcimento
Il ministero della Giustizia dovrà pagare i danni a 19 imputati (tra cui l’ex sindaco Sechi) assolti nel 2008 dopo dieci anni
ALGHERO. Nel 2008 erano stati tutti assolti, ora gli ex imputati di quelli che all’epoca vennero definiti nelle cronache dei giornali i «veleni di Alghero» incassano una seconda vittoria.
L’allora sindaco Carlo Sechi, l’assessore comunale Fulvio Dettori, numerosi consiglieri della maggioranza, alcuni imprenditori e il comandante della polizia municipale Giovanni Betterelli erano finiti a processo per reati che andavano dall’abuso d’ufficio al falso, alla concussione. Il processo durò da maggio del 1998 (a questa data risalgono i primi decreti di sequestro disposti dalla Procura) allo stesso mese del 2008 quando ci fu la sentenza di assoluzione. La bellezza di dieci anni, quindi.
Ebbene: lunedì scorso, la corte d’appello di Roma (sezione equa riparazione) ha condannato il ministero della Giustizia a risarcire gli ex imputati per l’«irragionevole durata del processo». Tecnicamente si tratta dell’«equa riparazione del danno patito in conseguenza del mancato rispetto del termine ragionevole previsto dalla Convenzione europea». In particolare, scrivono i giudici di Roma, relativamente alla fase dibattimentale «il periodo di ragionevole durata deve essere quantificato in quattro anni». Ne passarono però dieci dai decreti di sequestro alla sentenza di primo grado di assoluzione.
Soddisfatti gli avvocati Edoardo Morette, Nicola Satta, Raffaele Salvatore, Claudio Montalto, Sebastiano Chironi e Monica Aranzanu (del foro di Roma) che hanno assistito in questa vicenda giudiziaria Giovanni Betterelli, Carlo Sechi, Giancarlo Scognamillo, Antonio Monti, Gavino Scala, Patrizia Lampis, Antonio Raffaele Norio, Luigi Addis, Francesco Calvia, Antonio Carboni, Gianni Cherchi, Massimiliano Fadda, Giovanni Moro, Giovanni Battista Oliva, Domenico Sanna, Salvatore Scala, Antonio Torre, Pietrino Sechi e Fulvio Dettori. Per ognuno di loro è stato disposto un risarcimento che va dai 3500 ai 2300 euro.
L’indagine del pm Gianni Caria era partita con l’obiettivo di far luce su presunte ombre relative a pratiche amministrative e vicende personali che nel 1998 avvelenarono il clima politico nella città catalana: l’agriturismo a Monte Ricciu (diventato una lottizzazione), la strada di Calabona, il prezzo pagato per l’acquisto di uno stabile da adibire a uffici comunali. E ancora: il trasferimento d’ufficio dell’allora vice comandante dei vigili urbani, grande accusatore al processo. E una presunta concussione, infine, nell’incarico per la pulizia dalle alghe a Punta Negra. Ma il collegio spazzò via ogni accusa, nessuno degli imputati si era macchiato di alcun reato.
Nel 2008 la sentenza di assoluzione era stata accolta come la riabilitazione di un progetto politico «osteggiato – così sostenevano gli imputati – dal partito dei poteri forti e degli affari». Talmente sicuri delle proprie ragioni che, a sorpresa, in dodici avevano rinunciato alla prescrizione, sollecitando una decisione nel merito dei fatti.
«Il mio traguardo – è il commento laconico dell’ex imputato Gianni Cherchi, oggi assessore comunale ai Lavori Pubblici e che all’epoca rinunciò alla prescrizione – sarà fare in modo che i miei figli non diventino come certe persone. Mi sarei aspettato che la Procura perseguisse chi ci calunniò con la stessa grinta usata nel 1998 per mandarci davanti al Tribunale. Costruirono un castello accusatorio che ci ha massacrato per dieci anni, bravissime persone rovinate per sempre, giovani consiglieri alla prima esperienza politica messi sulla graticola senza colpa. Nessuno potrà mai ripagare le lacrime versate da noi e dalle nostre famiglie».
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