Chiude l’itticoltura, la città vede sparire altri 10 posti di lavoro
Troppe incertezze normative e costi di gestione elevati La Regione accusata di non aver sostenuto il comparto
ALGHERO. Alghero dice addio all’itticoltura. Dopo sedici anni di attività, getta la spugna la società che ha realizzato e gestito gli impianti per l’allevamento di orate e spigole al largo delle spiagge della Riviera del corallo. Era operativa dal 2000. Quasi vent’anni. Magari non basteranno per essere accreditati come un piccolo pezzo della storia economica e produttiva di Alghero e del suo territorio, ma sono più che sufficienti per essersi ritagliati un proprio ruolo nel mercato ittico e gastronomico, attestandosi come un’eccellenza e contribuendo a dare lustro alla città: “orata di Alghero” o “spigola di Alghero”, anche nei mercati d’oltre Tirreno, iniziava a voler dire qualcosa. Ma questo non è bastato per spingere gli imprenditori a chiudere, con la conseguenza che ad Alghero vengono meno altri dieci posti di lavoro. Che si tratti di una scelta metabolizzata lo rivela la tranquillità con cui ne parla Mauro Manca, uno dei fondatori. Non c’è nessuna rabbia nelle sue parole, solo la speranza che di fronte a condizioni di mercato che sono cambiate drasticamente si faccia vivo qualche grosso gruppo e non lasci morire quell’impianto dalle caratteristiche straordinarie - «il più esposto al mare aperto del Mediterraneo, l’unico veramente offshore», come dice lui stesso - e porti avanti l’attività. Ma l’imprenditore qualche sassolino dalle scarpe se lo leva comunque. «Chiudiamo e non siamo i soli, tutti i piccoli sono destinati a chiudere perché lo impongono i prezzi di gestione e i tempi di produzione», racconta Mauro Manca. «Stiamo perdendo una grande opportunità e una grossa responsabilità è dell’amministrazione regionale – attacca – , non ci hanno mai garantito il rinnovo delle concessioni, ci hanno lasciato nell’incertezza, di proroga in proroga, senza un orizzonte temporale che ci permettesse di accedere al sistema bancario». Senza soldi, senza liquidità, l’acquacoltura non si può fare, soprattutto se non si vuole snaturare il mondo in cui si è lavorato sin dall’inizio. «Tra i fondi comunitari 2007-2013 c’erano 4milioni e mezzo di euro destinati all’acquacoltura – sottolinea Manca –, la Regione ha speso meno di mezzo milione, restituendo 4milioni che avrebbero potuto aiutare il comparto a rilanciarsi». E invece, «non c’è stata alcuna capacità di sostenere il fenomeno – accusa l’imprenditore –, la Regione ha trascurato la pesca, e di acquacoltura non si nemmeno voluta occupare». La società è nata nel 1997 con un investimento da 3miliardi che la Regione ha finanziato attraverso la legge 28. Nel 2000 è partita l’attiva di allevamento e un anno dopo il primo pescato. La maricoltura di Alghero ha dovuto fare i conti nel novembre di quello stesso anno con i danni prodotti dalla perturbazione che investì l’isola, che alla società produsse una perdita secca del 30 per cento. «In 17 anni l’acquacoltura è cambiata tantissimo in termini di strutture e di pezzature – conclude Manca – nonostante gli importanti riconoscimenti e attestati ricevuti e l’esperienza maturata, crediamo che sia il momento di dire basta».
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