Nel futuro della canapa ad Alghero c’è anche l’edilizia green

Un’impresa è pronta a produrre mattoni, pannelli e intonaci isolanti. Ma le norme non sono chiare e chi vende alcuni derivati rischia di violare la legge

NUORO. In un’isola dove purtroppo le opportunità lavorative non sono tante e il tasso di disoccupazione è tra i più alti d’Europa, l’economia della canapa inizia ad attirare interessi e curiosità. Non solo start up di nuove, nuovissime imprese di piccoli, medi e grandi produttori praticamente in tutta l’isola, ma anche la diversificazione dell’uso del prodotto. Quindi non solo la vendita e la coltivazione della versione light per essere aspirata dal popolo in crescita esponenziale degli appassionati per le sue qualità rilassanti, l’aroma e il gusto, ma anche per un’altra serie di utilizzi che la canapa offre e che appaiono decisamente vantaggiosi. Uno su tutti, ma non l’unico, è quello della bioedilizia.

Mattoni di canapa. Ad Alghero l’impresa di William Murgia e dei suoi tre nuovi soci sta fiutando il business, visto anche il boom di produttori registrato nell’ultimo anno. L’obiettivo è produrre mattoni e intonaci con l’arbusto della canapa che, lavorato, è un perfetto elemento per godere di un migliore isolamento termico e acustico, disperdere una minore quantità di energia, imprigionare le emissioni di Co2 ed essere meno vulnerabili agli incendi. Condizioni che le costruzioni in canapa e calce garantiscono un comfort ideale e tutelano la salute di chi le abita. «Siamo operativi già dal alcuni anni nel settore con un nostro know how. Assieme ai soci abbiamo individuato un’area adatta nell’oristanese dove avviare la produzione, una volta acquistati i macchinari. La nostra sarà una sorta di filiera corta, forniremo le piantine agli agricoltori e poi ritireremo il prodotto per la biodelizia realizzando in azienda mattoni e i pannelli anche per la nautica con la canapa», rimarca Murgia.

Legislatore in confusione. Dario Masala, avvocato di Silanus del foro di Sassari, sottolinea la confusione normativa. La Suprema Corte è intervenuta con una pronuncia a Sezioni Unite (Cass., 10.07.19, n. 30475), stabilendo che "la commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione di questa varietà di canapa, non rientra nell'ambito di applicabilità della L. n. 242 del 2016”. Ragion per cui, cessione, vendita e in genere commercializzazione al pubblico dei suddetti derivati della coltivazione di cannabis sativa L. attualmente andrebbe ad integrare il reato di cui al D.P.R. 309/90, articolo 73, anche a fronte di un contenuto di Thc inferiore allo 0,6%, “salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività”. Da valutare, quindi, caso per caso. «Se le Procure e i Tribunali dovessero dare corso a questa pronuncia, disponendo sequestri dei derivati specifici della coltivazione individuati dalla Cassazione, i coltivatori verrebbero senz’altro danneggiati da una legge poco chiara, che necessiterebbe di aggiustamenti. A meno che il legislatore non decida di vietare tout court qualunque coltivazione di canapa, tornando al vecchio regime sanzionatorio», spiega il legale.

Produttori in trincea. A Tinnura in Planargia conversione alla canapa anche di Antonio Carta, ex militare in pensione e da qualche anno impegnato nella coltivazione di ortaggi vicino al piccolo centro: «Produrre pomodori, zucchine, e altre verdure stava diventando poco remunerativo. Anche perché da solo dovevo provvedere al trasporto della merce ad un grosso centro all’ingrosso del cagliaritano. Ora stiamo seguendo con grande attenzione questa coltura. Ovviamente con un supporto di un agronomo che ci sta guidando passo dopo passo per ottenere un prodotto di qualità. Poi stiamo curando anche la fase della commercializzazione per ottenere un prezzo remunerativo per i nostri sforzi».

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