Il pg: «Trent’anni per Tilloca»

In appello chiesta la conferma della condanna per l’assassino (ed ex marito) di Michela Fiori

ALGHERO. Il contraddittorio tra i due psichiatri (Vito La Spina per la Procura e Laura Volpini per la difesa rappresentata dall’avvocato Maurizio Serra) che si sono occupati di accertare le condizioni dell’imputato Marcello Tilloca non ha portato a ritenere che l’uomo fosse incapace di intendere e di volere quando il 23 dicembre del 2018 strangolò e uccise la ormai ex moglie Michela Fiori. Era anzi consapevole di ciò che faceva.

E anche sulla base di questa valutazione il procuratore generale Stefano Fiori, davanti alla corte d’assise d’appello presieduta da Maria Teresa Lupinu, ieri mattina ha chiesto per Tilloca la conferma della condanna a trent’anni di carcere, pena inflitta dal gup in abbreviato. Il pg si è soffermato sul movente della gelosia e sull’assenza di pentimento e rimorso da parte dell’imputato che avrebbe ammazzato la moglie perché si era convinto che lei lo tradisse.

Era l’antivigilia di Natale del 2018 quando Marcello Tilloca, che si stava separando da Michela Fiori e che per questo motivo già da tempo non abitava più con lei e con i loro due bambini, aveva bussato alla porta dell’appartamento di via Vittorio Veneto, nel quartiere di Sant’Agostino, ad Alghero. La discussione con la donna era partita quasi subito, lui aveva il sospetto che sua moglie frequentasse un altro uomo e aveva cominciato a farle domande su dove fosse stata la sera prima. Da tempo la osservava, la teneva d’occhio e si era accorto che la notte precedente la macchina di Michela non era parcheggiata sotto casa: «Dove sei stata? Con chi eri?».

Un delitto premeditato. Convinzione sottolineata in primo grado anche dagli avvocati di parte civile Marco Manca, Lisa Udassi, Daniela Pinna Vistoso che ribadiranno questa tesi nella discussione del 19 ottobre. Nella stessa udienza è prevista l’arringa del difensore Maurizio Serra.

L’imputato per l’accusa e per le parti civili aveva pianificato ogni cosa. E lo dimostrerebbe un episodio in particolare: poco tempo prima dell’omicidio, Tilloca aveva detto a un’amica che un giorno, in seguito a una discussione con la moglie, aveva afferrato un coltello per colpirla ma aveva desistito solo perché erano presenti i figli. Aveva anche aggiunto che se si fosse ripresentata l’occasione la loro presenza non sarebbe bastata a fermarlo. E la dinamica di ciò che poi accadde il 23 dicembre sarebbe la prova del fatto che quello sfogo non era campato in aria.

Un omicidio che in base alla ricostruzione dell’accusa sarebbe stato scandito da tre momenti: Tilloca avrebbe prima usato un coltello per aggredire la moglie, proprio come aveva preventivato di fare un mese prima, ma quell’arma durante la colluttazione era caduta sul pavimento e allora aveva tentato di strangolarla con le mani e l’aveva poi finita con un laccio delle scarpe.

Il dottor Vito La Spina che all’epoca eseguì una perizia psichiatrica descrisse Tilloca come uno di quegli uomini che vive la relazione come un possesso: «Con me o con nessun altro».

Contro l’imputato si sono costituiti parte civile la mamma, la nonna e il fratello di Michela Fiori. Nel processo, tra le parti offese c’è anche la Rete delle donne di Alghero costituitasi con l’avvocato Gavinuccia Arca che ha discusso ieri mattina.

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