Caso Manuela Murgia, caccia al dna sui vestiti. I periti: «Teniamo aperta ogni strada»
Analisi sugli indumenti e gli accessori che la ragazza aveva addosso quando fu trovata morta
Cagliari La macchina è stata messa in moto ed è partita per arrivare al traguardo della scoperta su come e perché è morta trent’anni fa la sedicenne Manuela Murgia, ovvero se si è trattato di un suicidio come allora certificarono due medici legali nominati dalla Procura o se la ragazza è stata uccisa e forse anche violentata. Oggi 7 luglio, nell’ufficio del gip Giorgio Altieri è stato avviato l’incidente probatorio sugli abiti, indumenti intimi e gli accessori che la ragazza aveva addosso quando, la mattina del 5 febbraio 1995, fu trovata morta ai piedi del canyon della necropoli di Tuvixeddu, precipitata da un’altezza di 35 metri.
“Suicidio”, certificarono i medici legali che effettuarono l’autopsia. Ma nel tempo, man mano che crescevano e ripensavano all’accaduto arrivando anche a fare gli investigatori, le sorelle e il fratello di Manuela – Elisabetta, Anna Maria e Gioele – si sono convinti che la loro congiunta non poteva essersi suicidata e che invece era stata uccisa. I familiari – compresa la madre, difesa dall’avvocato Maria Filomena Marras - si sono affidati tre anni fa agli avvocati Bachisio Mele e Giulia Lai per far riaprire un caso che, archiviato in Procura come suicidio, in casa Murgia non è mai stato chiuso. Ottenuto l’accesso agli atti e con in mano copia del referto dell’autopsia, i due legali hanno compiuto un passo strategico affidandosi al medico legale Roberto Demontis per una consulenza tecnica di parte su quanto certificato nell’esame autoptico di allora.
Il risultato è stato che il professor Demontis, avvalendosi anche delle nuove conoscenze di tecniche scientifiche in fatto di medicina legale, ha capovolto l’esito della necroscopia sul corpo di Manuela: non è stato un suicidio, ma la ragazza è stata uccisa e fors’anche violentata, ha detto Demontis. La sua relazione è stata presentata in Procura e il caso è stato riaperto, con il pubblico ministero Guido Pani che ha affidato agli investigatori della squadra mobile il compito di lavorare a un nuovo filone d’indagine sull’ipotesi di omicidio volontario. Il primo risultato è stato l’avviso di garanzia per Enrico Astero, 54 anni, che nel 1995 era il fidanzatino di Manuela, indagato dallo scorso mese di maggio per l’uccisione della ragazza, difeso dall’avvocato Marco Fausto Piras.
Fra le varie schermaglie procedurali in Procura, si è così arrivati all’incidente probatorio, con accertamenti non ripetibili, sugli indumenti e gli accessori indossati da Manuela. In campo un team di qualificati investigatori scientifici del Ris di Cagliari nominati dal gip Giorgi Altieri e accreditati periti di parte, come il genetista forense Emiliano Giardina (che ha scoperto il Dna dell’assassino “Ignoto” Massimo Bossetti nell’omicidio di Yara Gambirasio) per la famiglia Murgia e l’ex capo del Ris di Parma, generale Luciano Garofalo (delitto Garlasco e caso Cogne) per l’indagato Enrico Astero. Nella squadra anche Roberto Demontis, artefice della riapertura del caso. Tutti, compresi gli avvocati, ieri mattina hanno prestato giuramento nell’ufficio del gip Altieri, poi al lavoro nella sede del Ris nella caserma del IX Battaglione carabinieri di piazza San Bartolomeo, alla ricerca di elementi biologici da estrapolare dagli indumenti, con successiva analisi dei profili genetici rilevati.
«Posso dire che si respira una grande attenzione che noi come consulenti delle parti e i periti metteremo su queste attività – ha detto all’uscita dal palazzo di giustizia il professor Giardina prima di raggiungere i laboratori del Ris -. L’obiettivo è quello di tentare ogni strada possibile. Dobbiamo uscire da queste attività dicendo “nulla di più potrà essere fatto”».
Soddisfatto anche gli avvocati Mele e Lai per questo decisivo passo in avanti nella riapertura del caso Manuela. È chiaro che un incidente probatorio che dia già marcatori genetici maschili – ipotizza Bachisio Mele -, ci permetterà di sospirare e di pensare che si possa essere sulla via giusta per individuare l’assassino di Manuela». Il responso degli accertamenti non ripetibili dovrebbe essere emesso entro 80 giorni, ma potrebbe avvenire anche prima.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
