La Nuova Sardegna

Nuoro

Sovraffollamento, l’emergenza è finita

di Luciano Piras
Sovraffollamento, l’emergenza è finita

Il provveditore regionale De Gesu saluta la Sardegna alla festa della polizia penitenziaria nella Colonia di Mamone

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INVIATO A MAMONE. «Attualmente noi abbiamo una popolazione detenuta largamente al di sotto della capienza e siamo considerati a livello nazionale una sorta di laboratorio, nel senso che la Sardegna di oggi è quello che presumibilmente sarà il sistema penitenziario italiano nei prossimi anni. Perché la Sardegna in questi anni si è dotata di nuovi istituti, ha rinnovato il suo patrimonio edilizio, ha avuto un considerevole incremento del personale, negli ultimi due anni e mezzo siamo riusciti a riportare in Sardegna quasi seicento poliziotti sardi che svolgevano servizio in altre Regioni, e abbiamo anche il minor tasso di recidiva fra i detenuti che vengono scarcerati dai nostri istituti. Vale a dire che i detenuti che scontano la pena in Sardegna, non incorrono in nuovi reati».

Gianfranco De Gesu è orgoglioso dei risultati raggiunti. Pronto a lasciare l’isola dopo meno di tre anni passati al vertice del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria. Trasferito a Roma, alla direzione generale dell’Ufficio beni e servizi del Dap, De Gesu approfitta della festa del corpo di polizia penitenziaria, giovedì scorso nella Colonia di Mamone, per salutare la Sardegna. «La prima regione in Italia ad aver conseguito il risultato di non avere detenuti sotto i tre metri quadrati» sottolinea davanti agli «eroi silenziosi», così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito gli agenti della penitenziaria. De Gesu parla a tutti loro, al pubblico riunito a pochi passi dalla chiesetta del carcere. Picchetto d’onore, reparto a cavallo, familiari, autorità, cappellano.

«Un dato assolutamente positivo» incalza, riferendosi alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo dell’8 gennaio 2013, causa Torreggiani e altri. Una sentenza che condanna lo Stato italiano per violazione degli standard minimi di vivibilità dei detenuti. Tre metri quadrati, lo spazio minimo necessario ai detenuti per garantire loro la dignità umana. «Da questo punto di vista, le carceri della Sardegna sono tutte in regola» ripete De Gesu, anche se negli istituti penitenziari sardi, vecchi e nuovi, restano ancora aperte parecchie ferite. Vedi la situazione degli ergastolani, spesso in quattro o cinque nella stessa cella. Vedi i bagni alla turca a fianco ai cucinotti. Vedi i banconi divisori nelle sale per i colloqui con i familiari. Vedi le grate e i punti luce. Vedi il più generale problema della cosiddetta territorializzazione della pena.

Eppure la Sardegna è un passo avanti rispetto al resto d’Italia. Lo sottolinea più volte il provveditore della Sardegna, Gianfranco De Gesu, in attesa che nell’isola arrivi il suo successore nominato dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, anche se nel frattempo a reggere l’ufficio è il vicario Silvio Di Gregorio. Situazione ballerina, come succede per i sei direttori delle dodici carceri sarde (i concorsi ordinari sono fermi a 17 anni fa!). Un direttore a scavalco per ogni due istituti. Gianfranco Pala è un esempio: direttore della Colonia penale di Mamone, ma anche del carcere cagliaritano di Buoncammino (ormai lì lì per essere trasferito alla nuovissima struttura di Uta). «Nella Casa di reclusione di Mamone – dice al microfono dopo la lettura dei vari messaggi arrivati per l’occasione da Roma –, a dicembre del 2010 avevamo 379 detenutui. Oggi i detenuti sono 141, il che vuol dire che l’emergenza sovraffollamento, di cui tanto si è parlato, è un problema superato». Pala legge anche alcuni dati statistici nazionali, a conferma di quanto appena detto. «Il sovraffollamento... a dicembre del 2013 avevamo 67.700 detenuti in tutta Italia, ad aprile del 2014, invece, siamo scesi a 59.683 detenuti... ». «Un problema superato brillantemente grazie alla polizia penitenziaria – mette in evidenza Gianfranco Pala –, perché a lavorare in situazioni davvero difficili erano loro, gli agenti della polizia penitenziaria. Ma ormai è un problema che ci lasciamo alle spalle».

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