Dina Dore, tutti i retroscena della svolta
Leo Testa: «Gavoi non parlava con noi, allora decidemmo di smuovere le coscienze. E così arrivarono lettere e confidenti»
NUORO. «Nel 2012 decidemmo di dare impulso alle indagini, perché non c’erano molti spiragli. Cercammo di imprimere un impulso e dare una svolta perché sapevamo che Gavoi parlava, ma non parlava con noi. Cercammo allora di stimolare le coscienze, abbiamo cominciato a fare nuovi sopralluoghi e audizioni. Risentimmo alcuni vicini, come i coniugi Porcu-Piras. E questo nuovo impatto investigativo, alla fine, diede i suoi frutti: a fine ottobre 2012 arriva la lettera anonima lanciata davanti alla casa dei coniugi Dore-Zurru, dove viene indicato un autore del delitto. E dà il “la” all’apertura delle coscienze a Gavoi, perché arrivano fonti confidenziali che confermano quanto si diceva nella lettera anonima». Nel corso della sua deposizione al processo in corte d’assise per l’omicidio di Dina Dore, il dirigente della squadra mobile di Cagliari con un recente trascorso anche in questura a Nuoro, Leo Testa, la ripete più volte, l’espressione “smuovere le coscienze”. Perché nel suo ripercorrere, passo per passo, le indagini sull’omicidio Dore, non lo nasconde, che per la polizia, lo scoglio più grosso era stato quello di far parlare i gavoesi. Ma dice anche che alla fine, lui e il resto degli investigatori, l’avevano spuntata.
Ma è sui metodi che hanno portato a quella svolta dell’autunno 2012 – dove nell’arco di poche settimane, dopo anni di silenzio, erano saltate fuori lettere anonime, confidenti misteriosi, poliziotti pieni di notizie scottanti – che accusa e difesa, ieri, si scontrano seppur in modo indiretto e velato. Come ha testimoniato ieri Leo Testa, per l’accusa, infatti, la svolta dell’autunno 2012, era stata il frutto di una sana opera investigativa sfociata in un nuovo e più pressante giro di interrogatori, sopralluoghi e dintorni. Per gli avvocati della difesa, Mario Lai e Angelo Manconi, invece, quella svolta improvvisa era tutt’altro che genuina, ma indirizzata, in un certo senso, dall’ormai celebre confidente che aveva parlato con un suo conoscente della polizia, Antonello Cossu, in servizio al commissariato di Macomer. La difesa, citando un’annotazione firmata dallo stesso Testa e da Fabrizio Mustaro, ricorda, del resto che i due dirigenti, quantomeno all’inizio, sulla bontà delle dichiarazioni del confidente, fossero decisamente poco convinti.
Tant’è che avevano messo intercettazione colui che gliele aveva raccontate: Antonello Cossu. «Le spiego, avvocato – ha replicato su questo punto, Leo Testa – io per natura sospetto anche di mia madre. Lo abbiamo messo sotto intercettazione anche perché avevamo paura di un depistaggio, e poi anche per tutelare lui».
Ma l’avvocato Manconi lo incalza, ricordandogli che in un’annotazione aveva definito Cossu come “il vettore inconsapevole di un tentativo di depistaggio”. «Avete mai avuto il sospetto che il confidente di Cossu fosse anche l’autore della lettera anonima a casa dei coniugi Dore-Zurru?» gli chiede Manconi. «Sì, lo abbiamo sospettato – risponde Testa – anche perché ci sono analogie sostanziali tra la lettera e le confidenze».
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