Al bar invece di lavorare, sotto inchiesta dodici impiegati del Comune di Nuoro
Bufera giudiziaria in municipio: diversi dipendenti accusati di assenze ingiustificate in orario di lavoro
NUORO. Davanti al gip, per l’interrogatorio di garanzia, lo hanno ripetuto per bene, che in fondo «quella di uscire per il quarto d’ora di pausa caffè, era una consuetudine piuttosto diffusa, in Comune». E che inoltre erano in credito di ore di straordinario non pagato, e che il lettore dei badge, spesso, non funzionava affatto come avrebbe dovuto. Ma per la Procura che li ha iscritti nel registro degli indagati da qualche mese, ciò che hanno commesso, tuttavia, ha un nome preciso: si chiama “truffa”. Articolo 640 del codice penale, comma 2. Quello che prevede una reclusione da uno a cinque anni e una multa che arriva fino a 1549 euro “se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico”.
Il via vai all’ingresso. È una vera bufera giudiziaria, quella che si abbatte sul Comune di Nuoro, in queste ore. Lo spauracchio di diversi dipendenti pubblici che fuoriesce da alcuni programmi tv e si traduce in realtà. E si traduce soprattutto in un’inchiesta giudiziaria che vede dodici dipendenti comunali sul registro degli indagati, e per cinque di essi è stata chiesta anche la misura cautelare degli arresti domiciliari e la sospensione dal servizio. Ma il gip Mauro Pusceddu, su entrambe le richieste, si deve ancora pronunciare. Che ci fosse un nutrito via vai di personale, tra il palazzo del municipio e i bar vicini, in realtà, era un dato risaputo e spesso anche sotto gli occhi di tanti.
Ciò che non tutti sapevano, però, era il fatto che stando all’inchiesta approdata in queste ore a una svolta, la stragrande maggioranza di quei lavoratori, prima di varcare le porte dell’edificio di via Dante, non aveva infilato il proprio tesserino nell’apposita macchinetta che ne certificava le uscite e ne registrava gli orari. E alla legge, quantomeno per ora, poco importa che ciascuno dei lavoratori abbia giustificato quelle uscite con varie emergenze di lavoro, con una consuetudine diffusa, o con un credito di ore vantato da alcuni lavoratori: per l’accusa, resta il fatto che, come si dice in gergo, italianizzando il nome inglese del cartellino, del badge, non avevano “beggiato”.
«Uscivano dal retro». E che alcuni, per evitare di farsi vedere, utilizzavano le uscite secondarie di palazzo civico, per poi approdare al bar o in altri luoghi. Ma era «una consuetudine diffusa», hanno ripetuto gli indagati, che attraverso i loro avvocati hanno ripetuto che era tutto in regola.
La denuncia di due dirigenti. Quella consuetudine, in realtà, probabilmente sarebbe anche proseguita, se non fosse che qualche mese fa, ad aprile, due solerti dirigenti del Comune, Sabina Bullitta e Cinzia Piras, stanche evidentemente di vedersela fare sotto il naso e di assistere a uno spettacolo che ritenevano oltretutto poco decoroso, decidono di presentarsi dai carabinieri per segnalare i ripetuti episodi di uscite ingiustificate durante l’orario di lavoro. Segnalano in particolare cinque casi ai quali avevano assistito un mese prima.
«Stazionavano al bar». Cinque dipendenti che, come avevano constatato, anziché lavorare, «stazionavano al bar Venezia». Per alcuni di quei dipendenti comunali, in realtà, era già stato avviato un provvedimento disciplinare, ma evidentemente non era bastato. O comunque non aveva avuto alcun effetto deterrente negli impiegati.
Telecamere e pedinamenti. Certo è che dopo quella segnalazione, i carabinieri si mettono in moto, la Procura apre un’inchiesta per truffa seguita dal procuratore Andrea Garau, e cominciano le indagini. Non solo pedinamenti, tuttavia. I carabinieri, con molta discrezione, sistemano alcune telecamere in municipio. E le immagini rimandano ciò che si sospetta: ovvero le uscite ingiustificate di diversi dipendenti senza “beggiare”. Di qui la richiesta di misure cautelari.
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