Ecocompatibili e “smart”, ecco le nuove concessioni
Si è conclusa la gara bandita dal Comune per l’affidamento di 10 punti di servizi sul demanio distribuiti nei 26 chilometri di costa: hanno partecipato 28 società
INVIATO A SINISCOLA. È uno dei tratti di costa più pregevoli e meglio conservati dell’isola, a parte gli episodi di abusivismo e di licenze edilizie facili che risalgono perlopiù agli anni 70-80 e per fortuna sono concentrati in determinate aree ormai “urbanizzate”, come La Caletta, o risanate con fatica, come Sa Petra Ruja. Per il resto, nei suoi ventisei chilometri di costa, il territorio comunale di Siniscola può vantare aree incontaminate, o quasi, dove l’intervento maldestro dell’uomo è ridotto al minimo o inesistente, quali il sistema dunale di Capo Comino o l’oasi di Berchida. E sono i luoghi che attraggono visitatori da ogni parte e costituiscono la vera forza attrattiva del territorio.
Siniscola, con il piano urbanistico comunale (Puc) che la Regione sta per approvare, e con il piano di utilizzo del litorale (Pul) già in vigore, oggi ha la possibilità di dare corso a un uso del territorio che coniughi l’economia legata al turismo con la tutela ambientale. In questo senso è nata alcuni mesi fa la decisione dell’amministrazione guidata da Rocco Celentano di bandire, dopo anni di attesa, nuove concessioni demaniali. Dieci in totale, sparse sull’intero territorio costiero, anche se è andato a buon fine l’appalto solo per sei di esse. Deserte, per esempio, le gare per i pontili nella Spiaggia delle barche a Santa Lucia, a S’ena e s’acchitta o al Moletto di Capo Comino: tra le 28 società costituite ad hoc che hanno partecipato al bando nessuna ha ritenuto conveniente la gestione di un ormeggio.
Impatto limitato. In municipio, tra lo staff di tecnici comunali che ha seguito il procedimento per le nuove concessione, c’è soddisfazione per le proposte arrivate. Anche perché il bando è stato concepito in maniera tale da evitare scempi ambientali o obbrobri nei tratti più belli della costa. Un esempio è la tipologia dei chioschi che saranno realizzati alla Caletta, Sa Petra Ruja e Capo Comino: chi ha partecipato, ha dovuto basare la propria proposta progettuale sulla tipologia indicata dal Comune. Cioè basata su materiali il più possibile ecocompatibili e con impatto visivo molto limitato. Così come un criterio di assegnazione, a parità di rialzo nelle offerte, è stato proprio privilegiare strutture “green”, dalle fonti energetiche al rispetto dell’ambiente circostante. Un altro aspetto importante, sottolineano negli uffici comunali, è che non ci sarà la temuta “Riminizzazione” della costa: ogni concessione per ombrelloni non supera i 50 metri lineari (sono rettangoli da 500 metri quadri). Si parla in totale di mezzo chilometro complessivamente sul totale dei 26 del territorio. Alcune delle proposte approvate sono minimali, e si limitano appunto all’affidamento di “area ombreggio”: sarà così per esempio a Santa Lucia o a Berchida. Altre sono più elaborate. La più ambiziosa, vicino al parcheggio della Peschiera, prevede punti di ristoro, un campo da beach volley e un cinema all’aperto. Di fronte alla Rotonda di Capo Comino invece è passata una proposta articolata che, oltre ai servizi base di ristoro, darà vita ad attività culturali di rilievo e offrirà gastronomia di qualità legata al territorio, cioè a chilometro zero.
Servizi e lavoro. Ma il Comune, cioè le casse pubbliche, cosa ci guadagnano da questi servizi? «Il nostro obiettivo – dice il sindaco Celentano – era garantire servizi turistici indispensabili e creare opportunità di lavoro. Il bando era aperto a tutti, ma la maggioranza delle società sono del territorio, e rappresentano un’opportunità di occupazione anche in prospettiva. Gli introiti per il Comune infatti sono limitati e comunque saranno reinvestiti in servizi». Le concessioni infatti insistono sul demanio comunale e su quello statale: solo sul primo l’amministrazione avrà degli introiti, in particolare dopo che una sentenza del Tar di Cagliari (n. 01122 del 14.12.2012) ha abolito il “sovra canone” che Comuni e Regione potevano esigere oltre al canone che gli imprenditori versavano già allo Stato. Con il risultato che ora rischiano di restituire le somme incassate.
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