I tormenti di Jerace davanti al Cristo
Quando il costruttore della ringhiera non pagato del lavoro la smontò e la riportò nella sua officina
di GAVINO PODDIGHE
E tornano alla mente in un flusso di pensieri senz’ordine il tormento estatico dello scultore calabrese che non riusciva a forgiare il volto della statua ultima parte dell’opera non volendo ispirarsi ad altri modelli iconografici e la furia creatrice che si impossessò di lui nel buio di una notte napoletana e gli dettò le forme ed espressione della faccia del bellissimo Cristo e la scomparsa di Luisa l’adorata moglie «Luisa, morta mentre ti scolpiva. Vicenzo» quando si provvedeva alla fusione in bronzo e il faticoso trasporto su sei carri a buoi e l’inaugurazione con l’opera ancora imbragata dal ponteggio e l’omelia di canonico Lutzu, il prete Pirri de Il giorno del giudizio che sostituiva il vescovo De Martis indisposto e la meraviglia delle migliaia di fedeli provenienti da innumerevoli paesi quando l’opera fu liberata dall’immenso lenzuolo che la copriva e la visita di Jerace nel 1902 quando a metà strada cadde da cavallo e proseguì a piedi verso la vetta smarrendosi nel fitto bosco e un contadino l’accompagnò sino in vetta e il suo primo pensiero nell’abbacinante luce dell’Orthobene alla vista della statua fu per sua moglie la bellissima Luisa Jerace e il disappunto di Sebastiano Satta (e mi piace ricordarlo nel centenario della sua scomparsa) quando «Qualche anno dopo l’inaugurazione, fu collocata da un comitato, attorno alla statua, una fitta ringhiera di ferro che somigliava ad un gabbione: Bustianu la volle rassomigliare ad una stia per ingrassare tacchini e subito lancio un epigramma “e tanto non mi nuoce dei giudei la rabbia ché questi m’hanno messo in croce, ma che i Nuoresi m’hanno messo in gabbia!».
Alcuni giorni dopo il costruttore della ringhiera non pagato del suo lavoro smontò la gabbia e se la riportò nella sua officina. Bustianu ne provò grande gioia: «No, non è vittoria del mio epigramma, è un nuovo miracolo di Gesù, che volendo riacquistare la perduta libertà ha rotto i ferri di quel carcere».
La statua, la festa, la montagna, l’epica, la leggenda, la grande narrazione della festa del Redentore continua ad avvolgerci e cullarci col suo grande respiro. Concludo con una nota dell’edizione del 2013 per significare che è sempre la fede nel Cristo a renderla eterna: con oggi 29 agosto, abbiamo consumato gli ultimi scampoli dei festeggiamenti del Redentore con la festa sul Monte Orthobene che, nonostante l’aggressione del tempo, conserva ancora il suo fascino, peccato che la messa non si possa più celebrare ai piedi della statua, che nonostante sia a qualche centinaia di metri appare lontana, solitaria e bellissima nel suo plastico involarsi verso il cielo e la terra, per abbracciarla tutta, per proteggere uomini e cose boschi e rocce cielo ed aria; nelle sue lunghe ore solitarie, nella notti piene di stelle, di vento di pioggia o di neve, credo si senta sola nell’osservare lontana la piccola cittadina dalle luci tremolanti, perché tutto è cambiato da quel lontano 1901, anche il monte è cambiato e scomparsa la gente coi costumi variopinti e i grifoni che volteggiavano sopra la folla in attesa... tutto è cambiato, tutto è scomparso... ma tra i devoti che ascoltavano la messa, c’era bellissima nel suo costume antico, bellissima nei suoi capelli bianchi, nella dolce espressione di vecchia sofferente in carrozzella, una signora di Nule, di cui non conosco ne conoscerò mai il nome, volata quì come un eterea arcaica farfalla a pregare, a ritrovare la speranza, a bisbigliare la parola “aiutami”...
Attore e regista
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