«La musica è una cosa seria, la scuola è fondamentale»
Vincenzo Lai, il flautista di Nuoro che ha conquistato l’università della California «Ma nella nostra Italia la cultura e la formazione di base si fermano alle medie»
Quante possibilità concrete di lavoro ci sono a Nuoro, in Sardegna, per un musicista, un flautista di professione come lei?
«Diciamo che la situazione generale nazionale non è delle migliori: licenziano l’orchestra dell’Opera di Roma e questo è un segnale terrificante per la cultura in generale e la musica in particolare. In Sardegna si soffre come sempre più che in territorio nazionale: le opportunità di impiego continuato a lungo termine sono veramente scarse».
Da Nuoro agli Usa: lei ha insegnato alla California State University per due anni, ma l’insegnamento in America non è riconosciuto in Italia...
«Vero. Nelle graduatorie per l’insegnamento nelle scuole pubbliche non è riconosciuto. È una cosa che strapperebbe un sorriso se non fosse abbastanza sconcertante. Le esperienze maturate all’estero, che dovrebbero arricchire chi le compie e sono largamente incentivate (a parole) dalle istituzioni nazionali, quando si passa al piano concreto non hanno valore».
Come è nata la sua passione per il flauto?
«Sono quelle cose che nascono senza che uno se ne accorga e quando te ne rendi conto sono già parte di te. Mi sono sempre “sentito bene” nel fare musica, prima di tutto con me stesso e poi con gli altri. Grande merito comunque ai miei primi maestri Corrado Congeddu e Aldo Nicolicchia: bellissime persone, capaci di ispirarmi».
A dimostrazione che spesso gli insegnanti sono decisivi, con il loro esempio, la loro passione...
«Certo. Con il tuo esempio, il tuo comportamento, la tua voglia di fare ed impegnarti puoi influenzare in maniera assolutamente decisiva l’approccio che i tuoi studenti hanno verso la musica e verso la vita stessa. Troppo spesso l’importanza ed il ruolo degli insegnanti sono sottovalutati. Se si vuole cambiare l’andamento delle cose in Italia e nel mondo, è proprio dalla scuola e dagli insegnanti che bisogna partire. Ovviamente da quelli bravi che hanno a cuore il loro lavoro e i loro studenti».
La qualità dell’insegnamento è fondamentale, perciò. Ma in Italia, a differenza di molti altri Paesi europei, manca ancora la cultura musicale...
«Fondamentale è dire poco. Il talento e la passione possono essere uccisi facilmente da un insegnante incapace e non parlo solo di musica, ma di qualsiasi cosa. In Italia la musica è considerata una parte inutile dell’istruzione quando invece è palestra di rigore, concentrazione, immaginazione, dedizione, nervi saldi, collaborazione, capacità logica, analisi, ascolto, attenzione, improvvisazione; è mezzo di comunicazione, condivisione, svago, espressione».
Altro?
«La responsabilità è, in parte, di chi concepisce i piani di studio delle scuole: perché si deve fare al liceo classico storia dell’arte e non storia della musica? perché l’educazione musicale si ferma alle medie dove, tra l’altro, si fa un’ora alla settimana, se ricordo bene? Parte della colpa è anche di quei docenti che svendono la propria materia pensando che sia inutile, rassegnandosi al fatto che gli alunni la ignorino: se tu per primo non credi in quello che vendi, non venderai mai nulla. È un problema complesso che comunque ha come risultato la deriva della cultura musicale, e non parlo solo di musica classica. Se pensi a certe porcherie che passano in radio e le paragoni con certi capolavori degli anni Sessanta e Settanta, italiani ed internazionali, noti subito come il livello cognitivo sia piombato a livello “Capra” ».
Quando ha capito che la musica poteva diventare la sua professione?
«Direi che quando ho vinto il mio primo concorso da solista ho iniziato a crederci un pochino, ma ero molto giovane e non mi aspettavo che sarebbe stata una scelta di vita».
A proposito di premi... lei ne ha vinti tanti a livello internazionale...
«Ho vinto molti premi, sì. Ma l’importante non è il premio in se quanto il percorso che completi per raggiungerlo: la preparazione meticolosa, lo studio, il repertorio acquisito che ti resta dopo. I concorsi hanno molte variabili: attaccarsi al risultato è il modo migliore per renderli inutili. Dico questo a tutti i genitori i cui figli compiono qualsiasi attività competitiva, che sia essa musica, sport o altro. Il percorso è più importante dell’arrivo. Poi è chiaro che fa piacere vincere, non c’è dubbio: sarei bugiardo nel dire il contrario».
Qual è stato il suo percorso formativo?
«Mi sono diplomato a Sassari per poi spostarmi immediatamente a Parigi per studiare con Jean Ferrandis: l’ho sentito una volta e ho capito che era il Maestro giusto. Il mio percorso con lui è stato fondamentale sotto ogni punto di vista. Ho ottenuto un diploma superiore di musica da camera all’Ecole Normale de Musique de Paris poi mi sono spostato a Roma dove ho completato il biennio superiore al Conservatorio Santa Cecilia. Poi gli Stati Uniti: presso la California State University Fullerton ho ottenuto un Master’s Degree in Flute Performance e ho lavorato come assistente di Jean Ferrandis per due anni».
Lai-Ferrandis. Un incontro decisivo, dunque?
«Fondamentale, ripeto. Jean è la persona che più di tutte ha cambiato il mio modo di vedere il mondo e la musica. Mi ha preso nella sua classe a 19 anni, quando ero un ragazzino e abbiamo lavorato dieci anni assieme in uno scambio sempre proficuo che è culminato nella mia collaborazione come suo assistente presso la California State University. Jean è un musicista unico prima che un flautista ed è proprio questo che, con il suo esempio – tornando alla domanda di prima –, mi ha insegnato ad essere. Io ci provo, ogni giorno. Ogni giorno cerco di essere un musicista migliore. Conto un giorno di portarlo a Nuoro e di suonare assieme a lui: sarebbe un incontro a dir poco interessante per tutti».
Quanti anni aveva quando ha iniziato a studiare la musica seriamente?
«Ogni giorno si acquisiscono elementi nuovi che ti fanno valutare il tuo lavoro fino a quel punto approssimativo e negligente. Però diciamo dai sedici anni in poi».
Ricorda ancora il suo primo concerto?
«Sì, sì, con piacere! Ero in prima media, alla Borrotzu, indirizzo musicale. Del mio primo saggio, aperto da una fontana di lacrime, ricordo che sul palco il Maestro Claudio Dessena, che mi accompagnava alla chitarra, accortosi del pericolo imminente, mi disse: “Ora stai calmo e ti racconto una barzelletta”. Fantastico! Per fortuna poi è andata meglio. Un altro concerto che ricorderò sempre è la Nona di Beethoven con la Csuf Symphony: essere parte come flauto solo di un gruppo di 250 persone tra coro e orchestra unite per uno scopo comune in un sottile equilibrio è qualcosa di grande ti fa capire quali meraviglie la razza umana potrebbe fare se ci mettessimo a remare tutti nella stessa direzione anziché scannarci a vicenda».
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