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Quelle foto a caro prezzo dimenticate nel computer

di Paolo Merlini
Quelle foto a caro prezzo dimenticate nel computer

Da cinque anni sepolte nella cartella di un pc le immagini costate 350mila euro. Commissionate dall’Isre su incarico della Regione, non sono mai state pubblicate

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NUORO. «L’attività di studio e ricerca non è a disposizione del pubblico». Sono le parole che la Corte dei conti della Sardegna utilizzò nel lontano 1999 a proposito dell’Istituto etnografico in una relazione sul funzionamento di alcuni enti della Regione. E ancora: «massiccia distrazione di risorse strumentali e finanziarie verso obiettivi di studio, ricerca, conservazione, catalogazione, i cui prodotti sono però il più delle volte immobilizzati ed indisponibili al pubblico».

Parole che risalgono a quindici anni fa e che invece sembrano scritte ieri alla luce dell’ultima polemica che vede al centro l’istituto regionale etnografico: 350mila euro spesi per acquistare immagini sulla Sardegna contemporanea da «fotografi di chiara fama e fotografi sardi maggiormente rappresentativi» (come è scritto nel bando del 2009 per la selezione dei professionisti). Alla fine i fotografi prescelti furono 19, ciascuno dei quali cedette immagini e relativi progetti all’Isre: quelle foto furono regolarmente pagate, ma sono ancora in un cassetto, anzi nella cartella virtuale di un computer. E alcuni di quei fotografi hanno potuto utilizzare le stesse immagini per fini diversi da quello per il quale erano state commissionate.

Il bando. Il progetto di «un corpus di immagini di elevata qualità artistica e documentaria da destinare al centro regionale del catalogo» nasce con Renato Soru governatore della Sardegna. L’idea a quanto pare è proprio sua: vuole che fotografi di «chiara fama» raccontino la Sardegna contemporanea, il mutamento in atto nell’isola. Il progetto è ambizioso, ma un gruppo di esperti mette a punto in brevissimo tempo una rosa di nomi della scena nazionale. Nella delibera 51/25 del 2007 che ha per oggetto «spese per gestione del patrimonio culturale della Sardegna: interventi per la catalogazione e la promozione dei beni culturali» , il riferimento alla campagna fotografica compare, su proposta dell’allora assessore alla Cultura Maria Antonietta Mongiu, accanto alla schedatura e relativa messa in rete dei dati di un corpus di reperti archeologici. A questo punto però si è già posto un problema: gli incarichi ai professionisti di «chiara fama» per ovvie ragioni di trasparenza non possono essere affidati direttamente, ma occorre un bando di selezione, appunto quello che nel 2009 viene indetto dall’Isre. Nel frattempo, però, lo spirito iniziale si era perso per strada, perché difficilmente fotografi di «chiara fama» avrebbero partecipato a bandi di selezione, come fecero notare gli esperti consultati.

Non si sa quante domande abbia ricevuto l’Isre, ma al termine della gara una commissione scelse 19 progetti, e ripartì i fondi sulla base di due valutazioni: il curriculum del candidato (cioè la «chiara fama») e la bontà del progetto fotografico proposto. I professionisti sardi furono ben undici, i restanti otto. Di chiara fama però, dicono i maligni nell’ambiente, c’è solo il primo classificato, Guido Guidi (nato a Cesena nel 1941).

Caccia al tesoro. Ma il problema non è questo, né tantomeno la qualità dei progetti fotografici. È tutto nel fatto che quelle immagini sul paesaggio sardo contemporaneo sarebbero dovute finire nella Sardegna Digital Library, il portale della Regione dedicato alla storia e alla cultura dell’isola, e invece sono da quasi cinque anni chiuse in un cassetto. Anzi, in un dischetto, o secondo alcuni addirittura in una cartella sulla scrivania di un computer. A scoprirne l’esistenza sarebbero stati alcuni docenti della facoltà di ingegneria di Cagliari, che dicono di essersi trovati di fronte a un muro quando hanno chiesto all’Isre di poter visionare i progetti. Non è la prima volta che accade, come aveva evidenziato ben 15 anni fa la Corte dei conti, a quanto pare inascoltata. Nel frattempo, per esempio, la biblioteca dell’istituto, in via Papandrea, dove sono custoditi si suppone fondi e volumi acquisiti nel corso del tempo, ha continuato a essere un’entità misteriosa per tanti studiosi che si sono visti le porte sostanzialmente sbarrate con le più singolari motivazioni, o semplici rifiuti.

Un tesoro in cantina. Emblematico anche il caso dei 115 dipinti di Giuseppe Biasi rimasti per alcuni decenni nei magazzini dell’istituto. Invisibili a tutti se non ai pochi, fortunati storici dell’arte autori di alcune monografie. Se ne ebbe notizia solo quando il Comune di Sassari organizzò una grande mostra antologica sul proprio concittadino: una volta che li ottenne in prestito, decise di non restituirli più. Meglio esposti nella città natale dell’artista che sepolti in uno scantinato. Il Comune di Nuoro gridò allo scippo, ma la Regione legittimò l’operazione.

Ora Bruno Murgia, presidente dell’Isre da un anno e mezzo, alla prese con una profonda ristrutturazione dell’istituto, assicura che il problema delle sacre e inviolabili stanze dell’etnografico sarà affrontato nella prima riunione del consiglio d’amministrazione e del comitato scientifico. «Tutto diventerà consultabile», assicura.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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