«Argini, usati materiali scadenti»
Dall’inchiesta della procura emergono lacune e violazione di norme nei cantieri mai conclusi
NUORO. «La morte di Maria Frigiolini e gli incalcolabili danni nelle campagne di Torpè e Posada, sono stati causati dalla piena del fiume che ha esondato. Ma lo straripamento, a sua volta, è stato diretta conseguenza della presenza, negli argini della sponda destra del rio Posada in via di realizzazione, di due rampe d’accesso all’alveo poste a quota più bassa rispetto al livello di coronamento del rilevato medesimo. Queste “finestre” hanno subito un notevole allargamento agevolato dall’erosione provocata dall’acqua su argini non protetti, ancora in fase di lavorazione, realizzati tra l’altro con materiali scadenti, non idonei allo scopo e comunque non rispondenti alle specifiche di capitolato, costituiti da terre incoerenti e permeabili, anziché coesive ed impermeabili, nonché scarsamente compattate. È tramite queste aperture, quindi, che la violenza dell’acqua si è riversata sulle aree circostanti causando i tragici eventi. Secondo il progetto esecutivo, queste finestre avrebbero dovuto essere eliminate a seguito dei lavori di rifacimento che però alla data dell’alluvione non erano ancora stati terminati».
Sono questi alcuni particolari tecnici emersi dalla corposa inchiesta coordinata dalla Procura di Nuoro per i danni causati dal ciclone Cleopatra la sera del 18 novembre del 2013, che ha portato all’individuazione di 46 persone, tra politici locali (il sindaco di Posada Roberto Tola e l’ex sindaco di Torpè Antinella Dalu), dirigenti della Provincia (Roberto Deriu, Palo Porcu, Franco Corosu, Paolo Marras, Antonio Gaddeo, Maria Lucia Fraghì, Mario Viola, Paolo Maylander), alti funzionari del Corpo forestale e dell’Ente foreste regionali (il comandante regionale Carlo Masnata, quello provinciale Gavino Diana, Paolo Botti, Anna Maria Pirisi, Marinella Zizi), direttori tecnici, direttori di cantiere, dirigenti del Consorzio di Bonifica (Antonio Madua e Sebastiano Bussalai), commissari, collaudatori, ingegneri, progettisti e direttori di lavori che, a vario titolo, sono ritenuti responsabili del disastro. Un lavoro articolato e impegnativo per i carabinieri della Compagnia di Siniscola che per oltre un anno e mezzo hanno scavato tra montagne di progetti e incartamenti per riuscire a trovare eventuali ruoli di responsabilità, nonostante quello del novembre 2013 sia stato da subito definito un evento fuori dall’ordinario. Inondazione, frana o valanga, crollo di costruzioni o altri disastri dolosi, omicidio colposo, lesioni personali colpose sono le ipotesi di reato avanzate dal sostituto procurato Andrea Vacca che, dopo aver acquisito una mole di materiale, ha chiuso le indagini e inviato le informazioni di garanzia.
E ancora una volta, ciò che emerge dagli atti dell’inchiesta è una situazione di assoluta negligenza, inosservanza e violazione di norme che potrebbero aver determinato, seppur in modo colposo, il disastro di quella sera. L’inchiesta era cominciata appena terminata l’emergenza: il procuratore della Repubblica Andrea Garau e il sostituto Andrea Vacca, costituirono uno staff, composto da consulenti tecnici scelti tra i maggiori esperti del settore, specializzati in materia di protezione civile e dal nucleo operativo della Compagnia di Siniscola.
Per oltre un anno e mezzo hanno lavorato sodo per trovare concause del disastro alluvionale. Due giorni fa la svolta con l’avviso di conclusione indagine e l’invio delle informazioni di garanzia a 46 indagati: tecnici, funzionari e dirigenti della Provincia dei settori protezione civile, ambiente e lavori pubblici, ma anche progettisti ed esecutori dei lavori sul rio Posada e nella diga Maccheronis e dirigenti del Consorzio di Bonifica della Sardegna Centrale.
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