La Nuova Sardegna

Nuoro

Alla SOLITUDINE

Grazia Deledda rivive grazie a Gavino Poddighe

di Gianluca Corsi

NUORO. Sprazzi di cielo cobalto e nuvole bianche che si inseguono, sospinte dal maestrale, sopra il campanile a vela del piccolo tempio caro a Grazia Deledda. Proprio lì dentro, in quella nuda e...

3 MINUTI DI LETTURA





NUORO. Sprazzi di cielo cobalto e nuvole bianche che si inseguono, sospinte dal maestrale, sopra il campanile a vela del piccolo tempio caro a Grazia Deledda. Proprio lì dentro, in quella nuda e maestosa Solitudine, dove riposano le spoglie della scrittrice, si è consumato un insolito Ferragosto nuorese. “Un mondo pieno di Grazia” è il nuovo dono che Gavino Poddighe, drammaturgo e regista nuorese, ha voluto fare alla sua città. Liberamente ispirato a “Canne al vento”, “Elias Portolu”, “Cenere”, “L’incendio nell’oliveto” e “La via del male”, il nuovo lavoro dell’associazione “I Segni delle Radici”, realizzato con la collaborazione dell’Istituto etnografico della Sardegna e del Comune di Nuoro, ha vinto due scommesse. La prima: sfatare il mito che a Ferragosto, a Nuoro, non c’è (e non ci deve essere) mai niente. E l’altra, strettamente legata alla prima, è che la città di Grazia Deledda può essere un luogo ospitale e, udite udite, attraente per i visitatori e i turisti, soprattutto quando punta sulla sua cultura.

Bastava osservare gli sguardi rapiti del gruppo di turisti emiliani che, del tutto inconsapevoli, si sono ritrovati «nel posto giusto al momento giusto». Perché, davvero, non capita mica tutti i giorni di lasciare, in un giorno di vento, le blasonate spiagge della costa orientale per avventurarsi un po’ più all’interno, magari per scoprire qualcosa di più sull’unica scrittrice Premio Nobel e vedersi improvvisamente catapultati nel suo mondo.

Merito della scelta dei testi, della drammatizzazione e della voce recitante del maestro Poddighe, che già a mezzogiorno invitava gli ospiti ad avvicinarsi, da buon padrone di casa. Merito degli attori (è proprio il caso di dirlo) “in stato di Grazia”: Marco Moledda e Adelasia Chierroni, nel tormentato duetto tra Elias Portolu e l’amata Maddalena, il piccolo ma già bravissimo Boboreddu Farina nei panni di Zuannantoni che fa rivivere, con l’altrettanto bravo Tonino Mesina (Efix), la straziante scena finale di Canne al vento, con la morte del servo devoto delle dame Pintor.

Ancora Marco Moledda accompagna una straordinaria Vittoria Marras matriarca nera, severa, terribilmente deleddiana nella parte della madre de “L’incendio dell’oliveto”. E che dire, poi, di Elena Mingioni, la Olì di “Cenere”, sciagurata madre del piccolo Anania (un altro piccolo talento di Poddighe: Giuliano Canu)? O Giacomo Zuccon, servo pastore analfabeta senza nome, che si ritrova a decifrare, magicamente rapito, i grafemi dei libri conservati nella biblioteca di Roma?

E poi le musiche d’atmosfera di Mauro Usai, i suoni e le luci di Paolo Altea, il prezioso lavoro dell’assistente di scena Marilena Rojch. Tutti elementi che fanno sentenziare alla signora emiliana capitata per caso a Nuoro: «Solo chi ama alla follia la propria città può farle questo regalo a Ferragosto».

Nel piccolo tempio a lei caro, Grazia Deledda si gode la scena, mentre fuori sciamano pubblico, nuvole e maestrale.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il provvedimento

Abusi edilizi e scarichi irregolari: chiuso il ristorante “Sapore di mare”, ex Chicca Piperita

di Argentino Tellini
Le nostre iniziative