Il Cristo nel paradiso del Monte Ortobene
L’opera dello scultore Jerace diventata meta dei pellegrini I pionieri di una lunga storia che affonda le radici nel 1901
di Francesco Pirisi
L’estate nuorese ha il suo epicentro tradizionale sull’Ortobene, prima ancora che nelle spiagge di La Caletta, Capo Comino o Cala Liberotto, come avviene quando anche la cittadina riemersa dalla Seconda guerra conquista la sua fetta di benessere economico, maggiorato dal fatto di essere nei decenni diventata capoluogo di provincia. Sono tante le famiglie che lì vi abitano, nella stagione che inizia a giugno e termina a settembre. Ad agosto, già ossigenate e con il disincanto per luoghi ormai familiari, accolgono in cima i pellegrini che salgono sui cavalli e i carri, nel tragitto che da Sos Frores, sotto Farcana, fa tappa nella fonte di Milianu, prima che davanti agli occhi si spalanchi il Redentore, solenne e in perenne atto di benedizione, così come l’aveva voluto il papa Leone XIII e interpretato l’arte del calabrese Vincenzo Jerace, che consegnò la statua per l’inaugurazione del 29 agosto 1901. Tutti insieme si converge ogni pomeriggio nella chiesetta della Madonna del Monte, posta sul limite meridionale della vetta, per la novena che prepara la sagra.
C’è la Nuoro della piccola borghesia, dei titolari del latifondo, la cui radice non di rado è la stessa di intellettuali, burocrati e dirigenti politici. Il principio di tutto era stato in quell’abitazione iniziata nel ‘911 da Chischeddu (Francesco) Pirari-Mannironi, discendente dei Mavuli, che sull’Ortobene potevano contare su una cinquantina di ettari di terra, con coda al confine con la provinciale per Orosei. Il cognome e quella proprietà lo mettevano in diretto contatto con i Pirales, proprietari dell’area nel ‘700, per i quali a loro volta è da pensare a un legame genealogico con i Pirella, la cui vicenda umana è segnata dal fatto di essere stati per la tradizione i costruttori del tempio, nei primi anni del secolo precedente.
Chischeddu, classe 1856, fa il possidente, com’è condizione diffusa in quell’epoca storica, per usanza appunto, ancora prima che per scelta. Non gli difettano tuttavia gli strumenti culturali. Ha frequentato il liceo classico a Sassari, avendo come compagno di studi il poeta Sebastiano Satta, che da parte sua nella città turritana manterrà la residenza sino a conseguire la laurea in Giurisprudenza. L’estate del 1912 è segnata dall’evento dell’inaugurazione della casa dei Pirari-Mannironi, appena completata: due piani, con giardino e stanze affrescate dall’amico pittore Francesco Congiu-Pes Mandrone. Bustianu Satta è tra gli ospiti del pranzo, perché la frequentazione giovanile con il Pirari-Mannironi si è trasformata in un legame di affetto e condivisione delle alterne fortune esistenziali, dove non manca quella vena goliardica, da buontemponi nella Nuoro descritta nelle cronache e nei saggi come l’Atene Sarda. Gli incontri sull’Ortobene sono anche uno dei momenti del convivio d’intellettuali. In quello del Ferragosto 1912, con Satta e Congiu-Pes, anche Peppina Deledda, sorella di Grazia, il pittore Antonio Ballero e il sottoprefetto Giovanni Fumu, con signora. La tavola non nega un posto a nessuno, perché l’altra faccia delle frequentazioni di Chischeddu è quella col popolo, gli abitanti distribuiti tra via Aspromonte e il Corso, dove la famiglia ha la residenza. Il tempo a cavallo tra le due guerre ha visto sul monte aggiungersi abitazioni e famiglie, che continueranno a essere il nucleo delle dimore aumentate quando anche l’eco dei bombardamenti avrà avuto la sua fine.
Prima del Redentore, in un clima tornato sereno, il Ferragosto è il momento in cui la compagnia si ritrova in un dedalo di appuntamenti pomeridiani nei cortili, dopo la messa mattutina e il pranzo allargato a chi è arrivato sull’Ortobene per onorare la ricorrenza. Indimenticabili gli inviti per un caffè di Assunta Calamida Gardu, figlia del dottor Raffaele, il medico dei diseredati, costretta qualche stagione più avanti a subire la sofferenza di un rapimento. Nei discorsi spesso il ripasso dell’ultimo conflitto mondiale, quando i boschi di lecci oltre l’avamposto della statua sono stati rifugio contro un attacco per fortuna mai verificatosi, grazie all’armistizio dell’8 settembre ’43. Lo aspettavano e lo temevano in diversi, in quelle abitazioni sulla cima, dove si potevano incontrare gli Offeddu, del federale Martino, gli Are, del sindaco Antonio Luigi, il cui credo era di destra, così come i Giacobbe, di Dino, rifugiatosi negli Usa, e i Mura-Mannironi, che le cronache segnalavano come alfieri dell’antifascismo. Tutti su, nel pianoro, divisi dall’ideologia, ma rispettosi gli uni degli altri, per cultura ed educazione, in sintonia con la pace effusa dal Redentore. Lo stesso spirito di 30 anni prima, quando Chischeddu iniziò l’esplorazione di su Monte.
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