Rapina all’Ambra, condanne per 28 anni
Per i giudici l’orgolese Terenzio Mercurio e il lulese Sebastiano Carta avevano anche tentato di uccidere un carabiniere
NUORO. Sette anni e una valanga di udienze dopo, finisce con una condanna a 28 anni complessivi di carcere, ovvero 14 anni per ciascuno dei due imputati, il lulese Sebastiano Carta, e l’orgolese Terenzio Mercurio, la vicenda giudiziaria legata alla rapina della discoteca Ambra night di San Teodoro, intorno alle 5 del mattino del 16 agosto del 2008. Un colpo cominciato come tanti altri, tra fucili, appostamenti e azione, e terminato invece con il tentato omicidio di un carabiniere, Stefano Montenegro, raggiunto da tre colpi di fucile mentre scortava il proprietario del locale, Antonio Pittorra, con l’incasso della serata dopo Ferragosto.
Ventotto anni complessivi, dunque. Lo ha stabilito ieri pomeriggio, in un Palazzo di giustizia semi-vuoto, il collegio giudicante presieduto da Antonio Luigi Demuro, a latere i colleghi Mariano Arca e Teresa Castagna. Il pubblico ministero Andrea Schirra, al termine della sua requisitoria, ne aveva chiesto ben otto in totale in più, e quindi 18 per ciascuno degli imputati. Il collegio giudicante è stato solo un po’ più leggero, nelle condanne finali, ma si tratta in ogni caso di pene pesanti.
«Erano già sotto controllo». «Mercurio e Carta – ricorda il pubblico ministero Schirra in aula – erano già sotto controllo da parte della Dda per altre vicende, e già nei giorni prima della rapina dell’Ambra, dalle loro telefonate, si capiva che stavano organizzando qualcosa di illecito. Per questo, quando poi avviene il colpo a San Teodoro, i carabinieri si dirigono subito nelle loro case, a Lula e Orgosolo, e vedono che non erano là. Poi si dirigono a casa di Mario Pudda, un loro conoscente di Buddusò, e li trovano lì. I due, di fronte ai militari, tentano subito la fuga, e anche questo è un dato sospetto. Se non avevano nulla da nascondere, del resto, perché fuggire? Vengono bloccati, e poco dopo, nello stipetto del garage di casa Puddu, vengono trovate una pistola e le banconote rapinate».
Sia per l’accusa, sia per la parte civile, rappresentata dall’avvocato Fabio Varone, che tutela gli interessi del carabiniere, Stefano Montenegro, il tentativo di fuga alla vista dei militari e il ritrovamento delle banconote, sarebbero uno delle prove che inchioderebbero i due imputati al colpo del 16 agosto 2008 a San Teodoro.
«Erano sudati e trafelati». Ma ci sono altri dati che secondo l’accusa proverebbe che Mercurio e Carta, quel giorno, fossero stati davvero gli autori del colpo. A cominciare dallo stato nel quale i carabinieri li avevano trovati. «Erano sudati, trafelati e avevano i vestiti strappati – spiega ancora il pm nella sua requisitoria – ma del resto dopo la rapina erano scappati a piedi nelle campagne. I carabinieri ascoltano in tempo reale, attraverso il telefono, la loro fuga. Sentono persino uno sbuffare». «Strano caso – poi – continua la pubblica accusa – il 15 sera e il 16 mattina, i cellulari dei due vengono spenti. Gli stub vengono fatti a tarda serata, e a Carta vengono trovate diverse particelle di polvere da sparo». Anche l’avvocato di parte civile, Fabio Varone, nella sua discussione, ha ricordato gli elementi che a suo parere provano la responsabilità dei due.
I testi al sopralluogo. «I tratti somatici di Carta e Mercurio corrispondo alle descrizioni fornite dai testi – spiega – da quei testi che avevano assistito ai loro movimenti sospetti durante il sopralluogo. Inoltre nel garage sono stati trovati 34mila euro divisi in mazzetti, e uno aveva un elastico verde che Pittorra aveva descritto. In una telefonata intercettata il 9 agosto, Carta aveva manifestato a Mercurio una profonda preoccupazione per alcuni controlli delle forze dell’ordine nel territorio. Montenegro, poi, quando è stato ferito, è stato bloccato da alcune fascette nere, come quelle che Carta utilizzava nel cantiere dove lavorava. Gli imputati avevano previsto anche l’evento-morte, lo avevano messo in conto: il terzo colpo, a Montenegro, lo hanno esploso quando era a terra».
La difesa. Di tutt’altro parere, la difesa, che con gli avvocati Gonario Floris, per Mercurio, e Gabriele Satta, per Carta, nelle loro arringhe hanno cercato di smontare, pezzo a pezzo, l’ipotesi dell’accusa. «Troppi fatti – ha spiegato l’avvocato Satta – confliggono con quella ricostruzione. Tra i tanti, c’è quello della presenza dei due a casa di Pudda. Sono le stesse intercettazioni e le annotazioni di servizio dei carabinieri, infatti, che dicono che i due erano lì perché ci doveva essere una compravendita di armi. E poi Pittorra aveva detto che l’incasso era sui 3000/3500 euro, invece la somma recuperata era dieci volte superiore».
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