La Nuova Sardegna

Nuoro

«Ordinò il delitto per motivi passionali»

di Pier Luigi Piredda
«Ordinò il delitto per motivi passionali»

Le motivazioni della Corte d’assise che ha condannato all’ergastolo Francesco Rocca per l’assassinio della moglie

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NUORO. «La gravità, precisione e concordanza degli indizi emersi a carico di Francesco Rocca e la loro piena omogeneità e compatibilità con gli altri elementi di prova che sono stati acquisiti, giustifica e rende processualmente certa la conclusione che l’imputato abbia, in concorso con altri e in qualità di mandante, commesso a Gavoi l’omicidio della moglie Dina Dore il 26 marzo 2008». I giudici della Corte d’assise di Nuoro hanno depositato nella cancelleria del Tribunale le motivazioni della sentenza con la quale è stato condannato all’ergastolo il dentista di Gavoi.

Centodiciannove pagine nelle quali il giudice estensore Manuela Anzani (a latere nella Corte d’assise presieduta da Antonio Luigi Demuro) ha ripercorso tutta la drammatica vicenda, esaminando attentamente tutti gli elementi emersi nelle udienze, sottolineando i tentativi fatti dai difensori dell’imputato, gli avvocati Mario Lai e Angelo Manconi, per cercare di rendere meno difficile la posizione di Francesco Rocca e l’insistenza convinta del pubblico ministero Danilo Tronci che ha portato puntualmente in aula tutti i riscontri utili per arrivare alla condanna del dentista.

I giudici non hanno avuto dubbi sul movente passionale, con risvolti economici. «Ragionevolmente certo deve ritenersi che Francesco Rocca abbia conferito ai suoi complici l’incarico di uccidere la moglie per motivi passionali e al contempo economici e, segnatamente, per poter continuare la sua relazione sentimentale con Anna Guiso (l’assistente di studio per la quale aveva perso la testa, ndr) della quale la moglie Dina Dore era a conoscenza o, quanto meno, ne sospettava l’esistenza. E senza dover sopportare le conseguenze sociali ed economiche che un’eventuale separazione coniugale gli avrebbe comportato. Tenuto conto che la relazione con Anna Guiso era iniziata nell’ottobre 2007 e dai tabulati telefonici relativi all’utenza di Rocca risulta che in soli 20 giorni, dall’11 al 31 marzo 2008, tra Rocca e Anna Guiso c’erano stati circa 621 contatti ed era stata tra le prime persone che il giorno del delitto il dentista aveva chiamato appena si era reso conto della scomparsa della moglie. Appare evidente che, contrariamente a quanto da lui stesso sostenuto durante il suo esame, quando ha dichiarato che inizialmente Guiso era stata per lui soltanto una distrazione e che, invece, si era innamorato di lei dopo la morte della moglie, già all’epoca del delitto, Francesco Rocca fosse notevolmente coinvolto in questa relazione sentimentale, tanto da desiderare di trascorrere la sua vita futura insieme a lei».

E a confermare questa tesi ci sono le intercettazioni che i giudici hanno ritenuto di tenere in maggiore considerazione per sostenere la motivazione della condanna all’ergastolo, in particolare questa del 3 marzo 2009, un anno dopo il delitto di Dina Dore. «Assolutamente si! Assolutamente io non ti ho preso in giro e la cosa più grave è che io non ti ho preso in giro, se ti avessi preso in giro sarebbe stato molto più semplice – è Francesco Rocca che parla con l’amante –. Invece no, non ti ho preso in giro, ero convinto dall’inizio di poter riuscire a trascorrere la vita con te, ma dal momento che io ero convinto di questo fin dall’inizio che cazzo di senso aveva, che cazzo di senso aveva tutto il resto?» E quando Anna Guiso gli chiede: «Che cos’è tutto il resto?». Rocca risponde: «Tutto il resto è farla morire, tutto il resto è far nascere questa bambina, che cazzo di senso aveva?» Anna Guiso lo incalza: «E che c’entra?». E il dentista sempre più deciso: «C’entra! C'entra tantissimo. Da quando ti ho visto con Antonio ero straconvinto di poter trascorrere la vita con te e da allora ho iniziato a farti del male e a far del male a tutto il resto. Che cazzo di senso aveva illuderti di poterci riuscire per che cazzo serviva?» «Ma che cazzo c’entri tu?» gli chiede Anna Guiso. E Francesco Rocca risponde: «Assolutamente sì, cosa vuol dire che cazzo c’entri se sono io la chiave di tutto. Sono io che do dispiaceri candidandomi, sono io che do dispiaceri vivendo, sono io che do dispiaceri portando al mondo mia figlia, sono io che do dispiaceri essendo la causa di chi fa morire le persone...». E determinante per la Corte d’assise è anche stata un’altra frase intercettata che il dentista aveva detto alla donna: «Un giorno saprai che cosa ho fatto per te e allora ti renderai conto di quanto ti amo».

I giudici hanno anche ritenuto attendibile la testimonianza di Stefano Lai, che aveva dato la svolta decisiva alle indagini. Cinque anni dopo il delitto di Dina Dore, il giovane di Gavoi divorato dal rimorso aveva raccontato agli investigatori della squadra mobile (il dirigente di Nuoro Fabrizio Mustaro e l’allora dirigente di Cagliari e ora vicequestore vicario di Mantova, Leo Testa) la confessione che gli aveva fatto l’amico Pierpaolo Contu, condannato a 16 anni come esecutore materiale del delitto. Contu aveva raccontato a Lai che era stato lui a uccidere Dina su mandato di Francesco Rocca, che gli aveva promesso 250mila euro o una casa.

I difensori di Francesco Rocca, gli avvocati Mario Lai e Angelo Manconi, hanno adesso 45 giorni di tempo per impugnare la sentenza e presentare ricorso in Appello.

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