La Nuova Sardegna

Nuoro

Giannino Guiso, il giurista che in aula era un leone

di Francesco Pirisi
Giannino Guiso, il giurista che in aula era un leone

Dalla difesa dell’ideologo delle Br, Renato Curcio, a quella di Bettino Craxi La carriera dello scomparso ricordata in un convegno da magistrati e avvocati

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NUORO. Giornata di ricordo della figura di Giannino Guiso, l’avvocato scomparso all’età di 82 anni. Penalista di lunga carriera, ha legato la sua vita professionale a momenti nevralgici della vita sarda e nazionale. Il convegno nella sala della Camera di commercio, promosso dalla Camera penale di Nuoro, presieduta da Salvatore Murru. Tra gli intervenuti anche i familiari, dalla moglie Anna Nieddu, al fratello Salvatore, insieme a tanti amici, colleghi avvocati, che hanno lavorato con Guiso, o di cui sono stati allievi e magistrati. Il profilo emerso è stato quello di una professionista preparato, cultore del diritto, oltre la stessa esigenza processuale. E, insieme, di un combattente per inclinazione naturale, sia nelle aule dei tribunali, sia nella vita.

Tra le sue passioni: la politica, frequentata senza essere mai coinvolto nella scontro di parte o nella necessità di giocarsi nelle assemblee rappresentative (sarde e nazionali) il rilievo acquisito nel lavoro. Anzi, proprio quest’ultimo gli ha dato, con il ruolo acquisito nel tempo, la possibilità di viverne alcuni passaggi fondamentali, come la stagione delle Brigate Rosse, che lo avevano visto difensore dell’ideologo Renato Curcio. E, qualche lustro dopo, di Tangentopoli, l’ondata giudiziaria che mise fine alla prima Repubblica. Il penalista di Nuoro visse quelle vicende da difensore dell’allora capo del governo, Bettino Craxi, uno tra i maggiori imputati, che poi morirà in Tunisia, ad Hammamet. Vi si era ritirato dopo essere stato ritenuto responsabile di reati finanziari, tra cui quello di finanziamento illecito al Partito socialista, di cui era segretario e capo sino ad allora indiscusso.

Il Guiso avvocato l’ha delineato prima di tutto il giudice (presidente della Corte d’Appello di Sassari), Giovanni Antonio Tabasso, dopo i saluti del sindaco Andrea Soddu e del procuratore della Repubblica di Nuoro, Andrea Garau. Prima di tutto l’approccio con la professione: «La interpretava come una sorta di missione. Vissuta sino in fondo, a tal punto da essere anche preso di mira da chi si era sentito toccato dalla sua azione di penalista» ha commentato Tabasso. Per poi proseguire: «Prima di affrontare una qualsiasi causa penale, faceva un lavoro certosino di studio e approfondimento. Approccio che poi continuava nel processo, quando era frequente vederlo consultare alcuni testi giuridici della sua ricca biblioteca, per trovare la sentenza o la legge, che poteva anche arrivare a mutare il corso del dibattimento».

Volumi della cultura giuridica che qualche anno prima di morire Guiso ha affidato alla biblioteca del sodalizio milanese “Critica sociale”, nel teatro del Borgo di Brera.

Del fine giurista, che si trasformava a ogni udienza in un difensore da prima linea, parlano prima di Tabasso il giornalista, inviato della Nuova Sardegna, Agostino Murgia, spesso nella stessa aula con il legale di Nuoro, nei processi ai protagonisti dell’Anonima sequestri e agli aderenti a quella che sarà definita la cellula sarda delle Brigate Rosse. Proprio a questo periodo è legato l’attentato che il penalista subì nel 1981, sotto la sua casa di via Gramsci a Nuoro. Il movente, secondo quanto si disse al tempo, era il patrocinio di Guiso in favore di alcune delle vittime di attentati addebitati all’azione terroristica.

Un momento tragico, che ritorna nelle parole del fratello Salvatore: «Lo colpirono senza pietà e non risparmiarono neppure la moglie Anna. Un’azione compiuta da professionisti».

Ricordi di giovinezza e quadretti del Giannino Guiso che si affaccia alla professione nelle parole del collega Franco Luigi Satta, che passerà all’avvocatura dopo alcuni anni in magistratura: «Quando decisi di transitare sull’altro fronte, fu tra i primi a complimentarsi. Riteneva che dietro il mio “gran rifiuto” ci fosse una questione etica e di principio. Ossia di avere voluto rispondere in maniera decisa e senza timori a chi ci aveva descritto come giudici ragazzini e con poco equilibrio».

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