La Nuova Sardegna

Nuoro

Il pm: «Condanna a 15 anni per Zori»

di Kety Sanna
Il pm: «Condanna a 15 anni per Zori»

Ma la difesa dell’imputato chiede l’assoluzione per non aver commesso il fatto: «Le parti offese sono inattendibili»

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NUORO. La parola ora passerà ai giudici. Dopo eventuali repliche, il prossimo 24 novembre il tribunale in seduta collegiale (presidente Cannas) dovrà decidere sulle sorti di Luigi Zori, il giovane di Orune accusato del triplice tentato omicidio di un allevatore del paese, Antonio Sestu, del figlio Emanuele e della nipotina, avvenuto in Corso Repubblica la sera del 7 giugno del 2013.

Ieri il pubblico ministero Andrea Vacca, dopo una lunga requisitoria, nel corso della quale ha posto in evidenza i punti dell'istruttoria dibattimentale che hanno portato, secondo lui, all’emersione della prova, ha chiesto la condanna a 15 anni di reclusione per l’imputato, non contestandogli però l’aggravante della premeditazione. L’accusa. «È stato un processo impegnativo e molto faticoso per questa accusa – ha detto Vacca – che ha cercato di far emergere la prova con chiarezza attraverso le deposizioni e l’esame testimoniale delle persone offese e degli ufficiali di polizia giudiziaria. Un lavoro faticoso, soprattutto per il fatto che le persone offese hanno avuto difficoltà a revocare in aula i fatti, anche i più semplici. Antonio Sestu – ha detto il pm – non ricordava neppure la descrizione sommaria che fece ai carabinieri quando gli chiesero se avesse visto lo sparatore. Non seppe neppure spiegare il motivo per cui quella sera, appena uscito dalla caserma in compagnia del figlio, dopo un primo passaggio in corso Repubblica avesse fatto tappa proprio sotto casa di Zori. Anche in quel caso in aula disse di essersi sbagliato».

«In realtà – ha aggiunto l’accusa nel corso dell’articolata requisitoria – anche far emergere in aula il movente che aveva portato all’azione delittuosa, non è stata cosa semplice. Emanuele Sestu aveva, a fatica, fatto presente che il fratello maggiore era stato condannato insieme ad un altro giovane del paese per il duplice delitto di Amerigo Zori, fratello dell'imputato, e di Pasquale Coccone».

Secondo il pubblico ministero quindi, nonostante la parte offesa abbia nel corso del dibattimento ritrattato, si è riusciti a provare le responsabilità dell'imputato anche attraverso la testimonianza dei carabinieri della stazione del paese che, nell'immediatezza dei fatti, avevano preso le dichiarazioni di padre e figlio che dopo l'attentato si erano precipitati in caserma per presentare denuncia. «I militari non avevano potuto sentire a sommarie informazioni i Sestu perchè questi, avevano deciso, dopo aver accusato Luigi Zori, di andare via subito. I carabinieri li avevano seguiti e dopo aver notato la loro auto, una Olpel Corsa, tra la via Repubblica e via Chessa, nei pressi del circolo di uno zio di Zori, li avevano raggiunti fino alla casa dell'imputato. Lì – ha aggiunto Vacca – i carabinieri avevano trovato i Sestu che inveivano contro la sorella e i genitori di Zori. Questi ultimi, alla richiesta dei carabinieri di contattare Luigi, avevano risposto che non era raggiungibile». Il pm si è poi soffermato proprio sull'utilizzabilità delle dichiarazioni rese nell’immediatezza dai Sestu. «Si tratta di dichiarazioni percepite durante attività fisica ma che occorre considerare. Anche il tentativo di omicidio non può essere messo in dubbio. Lo sparatore ha esploso 12 colpi e solo per un caso non si è consumata la tragedia. Il fatto è gravissimo seppur non premeditato».

La difesa. Di parere opposto la difesa di Zori. L’avvocato Tito Flagella, nella sua arringa ha fatto riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. «Una dichiarazione percepita dai carabinieri e poi smentita non può portare a un indizio di colpevolezza. Come si può – ha detto il legale – dichiarare colpevole una persona di cui non è stato provato che in quel preciso momento fosse in quel luogo? I testi chiamati a verbalizzare hanno negato quanto detto in precedenza. Perciò come si può pensare di utilizzare quelle dichiarazioni che poi, subito dopo vengono negate? D’altra parte – ha aggiunto la difesa – gli stessi militari della stazione, sentiti in aula, hanno anche dichiarato di non capire perfettamente il dialetto orunese, quindi non è escluso che possano aver capito o tradotto male alcune parole. Inoltre – ha aggiunto – come si può considerare attendibili i Sestu che più volte avevano minacciato Zori dopo i fatti accaduti qualche anno prima? I Sestu, con precedenti penali alle spalle, potevano ricevere minacce da diverse parti. Perciò – ha continuato l’avvocato Flagella – a loro avrebbe potuto far comodo usare il nome di Zori e attribuirgli tutte le responsabilità. Poi però ci hanno ripensato. Sono loro che in aula hanno detto: “Se avessi avuto la certezza lo avrei detto”. A mio avviso – ha concluso la difesa rivolgendosi alla corte – un giudizio di colpevolezza in questo processo è una forzatura. Eppure la procura poteva avere diversi strumenti per fornire la prova. Sarebbe bastato l'uso dei tabulati telefonici per stabilire se a quell'ora Luigi Zori si trovava in paese. Eppure non l’ha fatto. Per questo motivo chiesto ai giudici l’assoluzione dell'imputato da ogni accusa per non aver commesso il fatto».

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