Il medico legale: «Straziato da 6 colpi»
Mingioni depone in Corte d’assise: «Quattro fucilate esplose quando era già a terra, per ucciderlo bastava solo il primo»
NUORO. «Sei colpi in rapida successione, ma per uccidere, bastava solo il primo, visto che lo ha preso alla testa, nella regione occipitale. Le altre quattro fucilate, invece, sono state esplose da un metro, quando il corpo era già a terra. Tragga lei, le conclusioni, pubblico ministero». Era stata una furia cieca, una violenza gratuita andata anche ben oltre il colpo letale, secco, alla testa, quella che il 18 maggio di dieci anni fa, aveva travolto Francesco “Ciscu” Chessa, mentre varcava l’uscio di casa a Orune dopo aver trascorso una serata come tante al bar con qualche amico e una partitella a carte. Sei colpi in rapida successione, dunque, come ieri mattina, alla seconda udienza del processo in corte d’assise per l’omicidio Chessa, racconta ai giudici l’anatomopatologo Vindice Mingioni, mentre l’imputato Sergio Taioli, di Sorgono, lo ascolta senza fiatare seduto vicino al suo avvocato, Gianluigi Mastio che lo difende insieme al penalista Luigi Concas
Secondo gli accertamenti balistici, era stato il fucile semiautomatico marca Breda, modello Antares, sequestrato a Taioli nell’ambito di un’altra inchiesta, a esplodere almeno tre delle sei fucilate che avevano raggiunto Chessa. Per questo motivo Taioli è finito a processo con l’accusa di essere uno dei killer entrati in azione dieci anni fa. «Tre dei sei bossoli che erano stati recuperati sul luogo erano riconducibili al fucile che avevamo già in laboratorio e che era stato sequestrato a Taioli», ha confermato, infatti, in udienza, il maresciallo Gianmaria Marongiu, del laboratorio balistico del Ris di Cagliari, rispondendo alle domande del pm Andrea Vacca.
Un fucile identificato, dunque, ma quella notte di dieci anni fa, a Orune, non era l’unico che aveva esploso alcuni pallettoni mortali, stando a quanto hanno ribadito ieri al processo alcuni esperti del Ris.
«In base ai bossoli che erano stati recuperati – ha spiegato in udienza il maresciallo capo del Ris, Paolo Demurtas – ho stabilito che il tipo di arma utilizzato era un Breda, modello Antares. La seconda arma che è stata utilizzata a Orune, invece, non l’ho potuta identificare, ma sempre in base ai bossoli posso dire che sicuramente ne è stata utilizzata una seconda. Tre bossoli furono esplosi da un’arma, altri tre furono espulsi da un secondo fucile».
Anche le analisi scientifiche, dunque, sono concordi con quanto aveva già affermato anche l’anatomopatologo Mingioni che la notte del 18 maggio del 2005, dopo che era stato lanciato l’allarme per il ritrovamento del corpo di Chessa, aveva partecipato a un sopralluogo a Orune e aveva fatto una prima ricognizione della salma e seguendo le posizioni di bossoli e delle numerose ferite sul corpo di Chessa aveva ricostruito i momenti terribili dell’omicidio. «La vittima – ha spiegato il consulente medico dell’accusa – era scesa dalla sua macchina, aveva infilato la chiave nella porta di casa e poi era caduta a terra, raggiunta da sei colpi di fucile. Dato il numero di colpi esplosi è più probabile la presenza di due sparatori. La prima fucilata, quella letale, è stata esplosa da una distanza tra i cinque e i sette metri di distanza rispetto alla vittima. Tutte le altre, ovvero quattro, furono esplose invece in rapida successione da distanza ravvicinata, da parte di una persona che era eretta sulla porta d’ingresso e che ha sparato dall’alto verso il basso verso un corpo che era già a terra. Ma per uccidere, era bastata la prima fucilata, intracranica, alla regione occipitale».
Una sequenza di rabbia cieca, dunque, finita con un padre di famiglia straziato sull’uscio della sua casa. A legare Taioli a questo delitto, dunque, è proprio il fucile semiautomatico che gli era stato sequestrato dopo il delitto e per vicende ben diverse. Ma per l’accusa, il movente di tutto, restano i mille strascichi della faida che dal 1977, a fasi alterne, conta nuove vittime a Orune.
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