La Nuova Sardegna

Nuoro

Alluvione, odissea-fondi: «Esclusi dai soldi della Cri»

di Valeria Gianoglio

Torpè, la denuncia di Giovanni Chessa: «Casa inagibile e mia mamma morta, eppure a me hanno dato appena 1500 euro e mia madre non è in graduatoria»

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NUORO. «Due anni fa, mia mamma Badora è morta per per le conseguenze patite durante l’alluvione. Per salvarla dall’acqua che stava invadendo la nostra casa a Torpè, me l’ero caricata sulle spalle e ci eravamo rifugiati sul tetto. Ecco, adesso, a distanza di due anni, oltre al dolore straziante per quella perdita, qualcuno mi deve dire perché mia mamma è stata l’unica, tra i morti, esclusa dalla distribuzione dei fondi raccolti dalla Croce rossa attraverso il sistema di sms. E mi deve anche dire per quale motivo anche io e mia moglie, che abbiamo riportato danni alla casa per più di 200mila euro, di quei fondi distribuiti dalla Croce rossa, ne abbiamo avuto solo 1500. Quando per altri casi nonè andata così». Orunese di nascita, a lungo trapiantato a Nuoro dove ha svolto, per due mandati, il ruolo di consigliere comunale nelle file dell’allora Pds, fino a un paio di anni fa presidente del comitato faunistico provinciale e anche attivo responsabile dell’Arci, Giovanni Chessa è un uomo abituato a dire pane al pane e vino al vino.

Qualche mese fa, come se non gli fossero bastati i problemi derivati dai postumi di una terribile alluvione che a distanza di otto mesi gli aveva portato via la mamma Mariangela Pittalis, per tutti Badora, e gli aveva distrutto la casa di famiglia a Torpè costringendolo ad andare a vivere a La Caletta, ecco, qualche mese fa Giovanni Chessa, scorrendo la graduatoria provvisoria degli aventi diritto ai fondi per gli alluvionati che la Croce rossa aveva raccolto via sms dai donatori in tutta Italia, scopre che per lui e per la povera mamma ormai morta c’era qualcosa di molto strano. «Il fatto è – spiega Giovanni Chessa – che hanno suddiviso i fondi senza fare le dovute differenze tra chi ha avuto 30 centimetri di acqua in casa e chi, invece, come me, ne ha avuto tre metri e purtroppo ha perso anche un proprio caro. Così, a noi, ci sono stati accreditati appena 1500 euro, quando ne hanno avuto di più tanti altri con danni minori, e mia mamma, per giunta, è stata esclusa dalla graduatoria. Un vero scandalo. Il Comune di Torpè avrebbe dovuto vigilare perché questa discriminazione non venisse fatta, e invece nessuno è intervenuto. Siamo stat idiscriminati, pur avendo la casa inagibile e una mamma morta per le conseguenze dell’alluvione». Ma ci sono altre due questioni, legate all’alluvione, che a Giovanni Chessa proprio non sono andate giù. «I fondi che sono arrivati al Comune di Torpè – spiega – il Comune li ha impiegati anche dove il ciclone Cleopatra non era arrivato. Mentre ci sono punti, come la strada davanti a casa mia, a Poiu, dove tutt’ora l’asfalto è rimasto divelto proprio come lo aveva lasciato un mezzo nei giorni dopo l’alluvione. Per non parlare poi delle due bocchette di approvviggionamento della condotta idrica che sono ancora all’asciutto, e il Consorzio di bonifica le ha lasciate così».

E alla fine, dopo la sua denuncia figlia di una lucida constatazione, Giovanni Chessa lo dice, che al di là delle questioni personali, lui tiene molto a Torpè e al suo futuro. Ed è profondamente convinto che proprio per il futuro del paese, una svolta potrebbe arrivare se il comune entrasse in modo più consistente a far parte del parco di Tepilora, inglobando le aree che i privati sono disposti a cedere. «Se l’area di pertinenza del parco – spiega Chessa – fosse estesa alle zone alluvionate, l’ente parco potrebbe accedere a diversi fondi europei, e per Torpè sarebbe la svolta. Si rimetterebbe in moto tutta l’economia».

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