La Nuova Sardegna

Nuoro

Il ritorno alla terra, chance per i giovani

di Giovanni Melis
Il ritorno alla terra, chance per i giovani

Per uscire dalla crisi e frenare lo spopolamento l’unica soluzione è puntare su agricoltura innovativa e allevamenti di qualità

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SORGONO. Il lento ritorno alla terra come rimedio per salvare l’economia e cercare di frenare lo spopolamento. Sembrerebbe questa la ricetta per salvare le terre di mezzo, chiuse dall’abbraccio dei monti del Gennargentu da una parte e dalle lievi colline del Mandrolisai dall’altra. Barbagia terra di pastori e Mandrolisai terra di viticoltura; un binomio territoriale che si affida alla terra per sopravvivere al taglio dei servizi, alla progressiva scomparsa dello Stato dal territorio e alla riforma degli enti locali che ha decretato la morte delle provincie e delle comunità montane, affidando l’amministrazione decentrata alle unioni dei comuni. E in questo periodo di incertezze, demografiche, politiche ed amministrative, gli operatori del territorio si aggrappano alla terra per sopravvivere, puntano su produzione, innovazione tecnologica e qualità. E confidano nella programmazione da parte di Regione e comuni per gli interventi pubblici in agricoltura, sfruttando anche la nuova normativa proveniente dal piano di sviluppo regionale. Tre le principali direttrici: l’allevamento di bestiame di qualità, lo sfruttamento delle risorse legate al bosco e la vitivinicoltura. Sotto il primo profilo interviene la questione della trasformazione del latte e dello sfruttamento razionale del patrimonio suinicolo, che rappresenta una frontiera importantissima per il futuro. La presenza di diverse strutture per la trasformazione della carne, il mercato sempre attento al porcetto di qualità, così come caprini ed ovini, sono dei punti di arrivo per i nuovi imprenditori del settore agropastorale, che in questo periodo registra un lieve aumento di addetti giovani. Altra risorsa di riguardo è quella legata al bosco che può inserirsi a pieno titolo quale risorsa rinnovabile per il futuro. Sembra ieri, quando negli anni ’90 Giampiero Poddie teorizzava il progressivo abbandono dei boschi e la perdita di interesse verso la risorsa verde. Con gravi perdite sotto il profilo ambientale e occupazionale. Eppure, l’artigiano tonarese continua a ripetere che occorre rivalutare la forestazione produttiva, anche in una ottica di salvaguardia del territorio. «Non mi piace fare statistiche – dice Poddie– e ricordare quanti addetti impiegasse l’industria bosco: tra taglialegna, artigiani, mastri d’opera e falegnami, perderemo sicuramente il conto. Di certo c’è il numero attuale. Esiguo. Di contro abbiamo un bosco in sofferenza, che non produce come dovrebbe, invecchia e muore lentamente». Eppure, secondo Poddie, il bosco vuol dire economia. «Basta fare un semplice calcolo su quante noci o nocciole vengono utilizzati nel processo produttivo di torronifici, dolcifici e pasticcerie. Solo una piccola percentuale arriva da risorse locali, il resto arriva dall’importazione. Se poi estendiamo il conteggio anche alle castagne e le mandorle, che giungono da fuori territorio, ci rendiamo conto che viviamo in un forziere del quale abbiamo gettato le chiavi. Ci sono i margini per lo sfruttamento del bosco sia come frutticoltura che come legname da opera. Serve solo la volontà politica per farlo».

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