Ceccato,una vittoria amara col Consorzio
Il tribunale annulla la richiesta di conguaglio sui terreni Ma ormai è troppo tardi: l’azienda è chiusa da due anni
MACOMER. Oltre alla burocrazia asfissiante che avrebbe scoraggiato chiunque e all’inadempienza della Regione, a indurre la Ceccato a chiudere lo stabilimento di Macomer e ad abbandonare la Sardegna ha contribuito in buona misura anche la richiesta del Consorzio industriale, accompagnata da un decreto ingiuntivo, per il pagamento di un conguaglio di 470.183,35 euro sull’acquisto da un’asta giudiziaria dei terreni dell’ex caseificio Tanda, dichiarato fallito, sul quale l’azienda metalmeccanica aveva in programma di espandere l’attività anche con altre produzioni. A tre anni dall’impugnazione (era stata iscritta a ruolo nel 2013) è arrivata la sentenza che da piena ragione alla Ceccato e impone al Consorzio industriale il pagamento delle spese legali per quasi 14 mila euro. L’assurdo di questa vicenda è che un ente nato per fare promozione industriale e sostenere, dando servizi, le imprese che si insediano nelle aree gestite, agisca invece mettendole in fuga. Ma è ancora più assurdo che nell’area industriale di Tossilo svuotata dalla crisi, dove si contano più capannoni vuoti e lotti inutilizzati che aziende in attività, esista un valore di conguaglio sul prezzo pagato da chi compra per fare impresa. Mentre nei paesi che si spopolano si cerca di vendere a prezzo simbolico le vecchie case il cui valore è crollato, il Consorzio industriale di Macomer in liquidazione impone un conguaglio sul prezzo a chi compra un lotto o un capannone per avviare o espandere l’attività. Questo avveniva nel 2013, ma anche prima il Consorzio Zir ha imposto il pagamento della differenza tra il prezzo originario di vendita di un immobile (terreno o capannone) in base a una rivalutazione teorica in quanto lo prevede un articolo del regolamento consortile del 1985, ormai superato dai tempi e dalla nuova realtà economica. La norma, introdotta per impedire speculazioni, fa scappare le imprese che potrebbero utilizzare i capannoni svuotati dai fallimenti. È poco probabile che si riesca a speculare acquistando nella zona industriale di Tossilo immobili che rimarrebbero invenduti e sui quali bisognerebbe spendere un patrimonio per pagare Imu e Tasi. Con la Ceccato, oltre a non firmare l’inizio di attività, adempimento necessario anche per altre procedure compresa quella del finanziamento che non è mai arrivato (l’azienda non ha ricevuto un centesimo di aiuti pubblici e si ha rimesso non meno di otto milioni di euro), il Consorzio è passato alla procedura ingiuntiva, che è stata impugnata. Nel frattempo la Ceccato ha cambiato nome ed è diventata Isola 3000 con sede a Roma, alla quale sono stati poi ceduti gli immobili nell’agglomerato di Tossilo. A impugnare l’ingiunzione è stata Isola 3000.
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