Paziente morto, sei medici accusati di omicidio colposo
Per il Pm avrebbero agito con negligenza causando il decesso di Ivan Porcu Gli avvocati della difesa: «Ma i reparti non avevano defibrillatori portatili»
NUORO. Sfilata di testimoni ieri mattina davanti al giudice monocratico Manuela Anzani per il processo che vede sul banco degli imputati sei medici dei reparti di Chirurgia e Rianimazione dell'ospedale San Francesco di Nuoro. Sono accusati di omicidio colposo in concorso per la morte di Paolo Ivan Porcu, 41enne nuorese, deceduto il 19 novembre del 2008. I familiari si sono costituiti parte civile con l’avvocato Martino Salis. Secondo l’accusa la responsabilità della sua morte è da attribuire ai sanitari che, a vario titolo, si erano occupati del suo caso. Si tratta dell'ex primario di Chirurgia, Franco Badessi; di Giuseppe Ruggiu medico di turno nel medesimo reparto l’11 agosto 2008; Pieralba Arba medico di turno in Rianimazione; Giovanni Ruggiu primario di Rianimazione; Riccardo Ugo Cammarota e Domenico Antonio Fais, medici e chirurghi di turno in Chirurgia. I sanitari, difesi dagli avvocati: Marcello Mereu, Pietro Pittalis, Giuseppe Luigi Cucca, Enrico Pintus e Andrea Soddu sostituito ieri dal collega Paolo Tuffu, sono accusati di «aver cagionato per colpa consistita in negligenza e imperizia, la morte di Porcu Paolo Ivan, cooperando tra loro nel determinarne l’evento». Negligenza e imperizia da parte i medici che avevano in cura il paziente dal 27 luglio affetto, oltre che da un’occlusione intestinale, da diverticolite di Meck associata ad una peritonite diffusa anche da un’alterazione della funzionalità cardiaca, subito diagnosticata dai medici del Pronto soccorso. Patologia questa, secondo l'accusa, sottovalutata però dai medici della Chirurgia che non avrebbero effettuato un monitoraggio del paziente anche in previsione di un intervento chirurgico in anestesia totale. Porcu subì ben tre interventi e in seguito all’ultimo si sarebbe verificato l’arresto cardiocircolatorio del pomeriggio dell’11 agosto 2008. In particolare, secondo l’accusa, i medici intervenuti quel giorno si «discostavano profondamente da quanto raccomandato dalle linee guida che impongono di eseguire immediatamente, in caso di arresto testimoniato, una valutazione del ritmo cardiaco per sottoporre eventualmente il paziente a defibrillazione elettrica, l'unico trattamento in grado di interrompere la fibrillazione». Prassi non rispettata secondo la procura, sia da parte del dottor Ruggiu che dalla dottoressa Arba. Il primo, avrebbe praticato il massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca, anziché chiamare immediatamente la Rianimazione, portare il paziente in quel reparto, stenderlo in un piano rigido e infine, utilizzare un defibrillatore che, però, nel reparto di Chirurgia non c’era. La dottoressa Arba, stando all’accusa, dalla Rianimazione si era recata in Chirurgia sprovvista del defibrillatore e aveva praticato massaggi cardiaci e intubazione del paziente. «Il defibrillatore utilizzato su Ivan Porcu 30 minuti dopo l’insorgenza dell’arresto cardiaco, aveva determinato nel paziente uno stato vegetativo permanente che poi lo aveva portato, tre mesi dopo, alla morte». Ieri i testi (tra medici, coordinatori ed infermieri) rispondendo alle domande delle parti, hanno spiegato come nel 2008 i reparti non erano dotati di defibrillatori portatili. O meglio: erano posizionati su carrelli e pesavano 20 kg. «Impensabile – ha detto uno dei testi – portare fuori dalla Rianimazione il defibrillatore che poteva servire in ogni momento». Ma all’aspetto tecnico, sulle varie sollecitazioni fatte, secondo la difesa, dal primario di Rianimazione alla direzione sanitaria perché affrontasse l’inadeguatezza strumentale del reparto, è seguito quello più doloroso: il racconto delle infermiere di Chirurgia intervenute sul paziente in arresto cardiaco. «Sono accorsa alle urla della moglie – ha detto Francesca Piras – Sono entrata nella stanza è ho visto il paziente cianotico. Ho attivato l'ossigeno e poco dopo è arrivato il dottor Ruggiu che ha iniziato il massaggio cardiaco, dopo avergli posizionato sotto la schiena un vassoio rigido. La mia collega aveva chiamato la Rianimazione da dove è giunto un medico che ha proseguito con il massaggio prima del trasferimento del paziente in reparto».
«Non ha gridato che non c’era ossigeno?» ha insistito l’avvocato Salis. «No – ha detto l’infermiera – usciva dall’erogatore a muro». (k.s.)
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