La Nuova Sardegna

Nuoro

La difesa: «Intercettazioni inventate»

di Valeria Gianoglio
La difesa: «Intercettazioni inventate»

Agguato all’ex vicesindaco, polemica in aula: «Mai pronunciata la frase “Micheli no l’at mortu, ca li tremiat sa manu”»

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NUORO. A metà mattina, dopo le prime due ore di udienza che sin dall’inizio promette scintille, la sorella dell’imputato Michele Marras, non riesce più a trattenersi, dal fondo dell’aula si avvicina allo spazio dedicato alle parti in causa, e grida: «Ma ora basta! Ma non lo capite che nelle intercettazioni stavano parlando di un cane, e non di un essere umano?!? Ma non lo capite?». «Stia zitta – le dice il presidente del collegio Giorgio Cannas – vada subito fuori dall’aula». E il processo, per una decina di minuti, si interrompe nella speranza che gli animi dei presenti si plachino.

Non è stata una udienza come le precedenti, quella di ieri, al processo per il tentato omicidio dell’ex vicesindaco di Lula, Giovanni Cabua, che all’inizio del mese di giugno del 2014 era stato raggiunto da alcune fucilate nelle campagne del paese mentre dava da mangiare ai suoi cavalli.

E non lo è stata perché dopo le indiscrezioni trapelate già dalle passate udienze, ieri, per la prima volta, è emerso in aula un dato che per la difesa rappresenta un punto chiave: quantomeno una delle frasi che secondo l’accusa inchiodano il presunto esecutore materiale del delitto, il lulese Michele Marras, non è mai stata pronunciata da coloro che venivano intercettati, ma è stata aggiunta a suo tempo dai carabinieri nei brogliacci che poi sono stati consegnati alla Procura.

Si tratta di una frase registrata poi nella intercettazione ambientale numero 458, dove, secondo l’accusa e i carabinieri, il presunto mandante del delitto, Raimondo Melone – e già condannato a 14 anni in primo grado – parlando in auto dice alla moglie Luisa Siotto: “Micheli no l’at mortu, ca li tremiat sa manu”. Ovvero “Michele non l’ha ucciso (Cabua, ndr) perché gli trema la mano”. E il difensore dell’imputato, l’avvocato Francesco Lai, ieri ne ha chiesto conto, e in modo deciso, al maresciallo dei carabinieri, Gaetano Ciancilla, che l’aveva trascritta. «Mi scusi, maresciallo – esordisce ieri l’avvocato Lai – questa frase non esiste né nella perizia che ha fatto lo stesso Pinna, perito del giudice, né nelle perizie fatte dal mio consulente, Walter Marcialis, e nemmeno in quella dello stesso Salvatore Sanna, consulente del pubblico ministero. Nessuno dei tre consulenti, insomma, l’ha sentita ascoltando le intercettazioni. Mi spiega allora come mai voi l’avete trascritta? Quella frase, non a caso una frase che inchioderebbe il mio assistito, non è mai esistita».

Il maresciallo, dopo un po’ di imbarazzo, ammette in sostanza che è stato «Un errore grossolano». «Ma come sarebbe un errore grossolano? – replica la difesa – qui non stiamo parlando di una differenza di interpretazione, ma di una vera e propria aggiunta! È un fatto gravissimo: nessuno dei tre periti, infatti, ha mai sentito quella frase». Ma non basta. Sempre nell’udienza di ieri, la difesa di Marras, ricorda che anche in un altro passaggio della trascrizione delle intercettazioni, lo stesso perito nominato dal giudice, non concorda affatto con le trascrizioni fatte a suo tempo dai carabinieri. In un passaggio secondo questi ultimi, Melone faceva riferimento alle due fucilate che avevano raggiunto Cabua, e invece secondo il perito del giudice, e secondo anche i consulenti della difesa e del pubblico ministero Andrea Vacca, non si parlava affatto di fucilate ma di due calci nel sedere assestati a un cane, tale “Lelleddu”, che infastidiva il bestiame della zona.

Viste queste contraddizioni nella trascrizione delle intercettazioni, ieri mattina il pubblico ministero Andrea Vacca ha annunciato al collegio giudicante di aver fatto fare un nuovo ascolto delle intercettazioni al brigadiere Vargiu. Il collegio giudicante ha annunciato che nelle prossime udienze deciderà sull’eventuale riascolto di alcune conversazioni del processo.

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