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Nuoro

Terremoto, da Lodè agli Appennini: «Ma siamo già abbandonati»

Luciano Piras
Anna Rita Addis e Giuseppe noto Peppe Antonini
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Anna Rita Addis e Giuseppe noto Peppe Antonini

La testimonianza dalle Marche di Anna Rita Addis e della sua famiglia: «Il primo giorno c'era il mondo, adesso qui da noi non c'è più nessuno»

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LODÈ. «Neanche un paio di scarpe chiuse, soltanto un paio di sandali». Ha perso anche il sorriso di sempre, Anna Rita Addis. «Senza nulla non è semplice andare avanti... e come se non bastasse, ci hanno già lasciati soli, abbandonati». Il primo giorno c'era il mondo, istituzioni, politici, riflettori. Adesso non c'è più nessuno, a Polverina, una delle trentatré frazioni di Comunanza, in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche del terremoto. Periferia delle periferie. «Qui siamo poche famiglie, dieci, dodici, ci conosciamo tutti» racconta Anna Rita. Lodeina di nascita, classe 1970, figlia di lodeini. Sposata con un imprenditore agricolo marchigiano, Giuseppe noto Peppe Antonini, 52 anni. La notte tra il 23 e il 24 agosto scorso hanno perso la loro casa. Non è crollata, ma i muri portanti sono talmente lesionati che i vigili del fuoco l'hanno dichiararla inagibile. La casa a fianco, invece, si è letteralmente sbriciolata.

Così Anna Rita, suo marito e i loro due figli devono restare fuori. Hanno passato una settimana in tenda, poi «ci hanno assegnato un posto in un agriturismo, almeno ci possiamo fare la doccia» va avanti la donna. Operatrice socio sanitaria in una Residenza protetta per disabili psichici e fisici a Comunanza. Figlia dell'emigrazione lodeina degli anni Settanta. Aveva appena tre anni quando la sua famiglia lasciò Lodè. Partirono tutti: Giovanni Addis, de sos de Milofo, classe 1926, con sua moglie Antonina Serra, de Serreddu, classe 1933, e i loro figli: Pietro, del 1957; Mario, del 1959; Franca, del 1963; Cesare, del 1964; e Anna Rita, appunto, la più piccola di casa. Nati e cresimati tutti a Lodè. Sbarcarono in Emilia Romagna con una manciata di pecore strappate ai pascoli di Su Acantziu e de Sos Campos. «Vamillia e bestiamine, pro istare vene un'incrasa» racconta Giovanni Serra, fratello di Antonina, zio degli Addis.

Tutti sposati, soltanto Cesare è celibe, e sistemati nelle Marche. Già nel 1976, infatti, l'intera famiglia lasciò le campagne vicino a Rimini per scendere nelle Marche, dove, grazie a qualche amico, erano riusciti a comprare un pezzo di terra. È così che è cominciata la nuova vita degli lodeini. Giovanni Addis è morto nel 1983, Antonina Serra nel 2013. «S'an fatu onore» è la frase che ancora oggi rimbomba sul loro conto a Lodè. E a Lodè tornano ogni anno, i loro figli e i loro nipoti, nella vecchia casa ristrutturata davanti alla chiesetta de Sa Purissima. Ma la loro vita è ormai nelle Marche, a una trentina di chilometri da Ascoli Piceno, chi un paesino chi nell'altro, tra Amendola, Croce di Casale e Montegallo, lungo la Via Salaria che sale e scende sugli Appennini.

«Ora viviamo nel terrore» racconta Anna Rita. «Non ho più alcuna voglia di ridere né di scherzare. Ogni notte non vedo l'ora che faccia giorno. Viviamo come in trance, non siamo neanche in grado di pensare». Anche il fratello Pietro ha subito danni, ma tutto sommato gli è andata bene in confronto a sua sorella.

«Quella notte lì eravamo tutti in casa» ricorda la donna tornando indietro fino alle 3 della notte del 24 agosto. «Io, mio marito e i nostri figli». Giordano, 17 anni, studente al liceo scientifico di Ascoli Piceno. Orfeo, 23 anni, universitario a Forlì, corso di laurea in Diplomazia internazionale, e neo vincitore di una borsa di studio che lo porta a fare uno stage in ambasciata ad Ancona. «Non voleva andarci... voleva restare con noi, darci una mano. Vai, la tua vita è lì, con il tempo noi riusciremo a tornare alla normalità, gli ha detto il padre» va avanti Anna Rita Addis. Certo, la normalità. Anche se sarà difficile dimenticare i letti che si muovono, che ballano, e i gli armadi che si aprono e gli arredi che volano. Sarà il tempo a sanare le ferite. «L'importante è che nessuno ci dimentichi, così non si può continuare».

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