Il gufo comune trova casa in Barbagia
Orani, la scoperta del fotografo Marco Lutzu: «L’emozione è fortissima davanti a un nido davvero insolito nell’isola»
ORANI. «Chi siat un’istria?». Sarà un barbagianni, Tyto alba ernesti? No, pare di no. «E tando est unu cuccumiau?». Una civetta, Athene noctua? Nemmeno. «E no mi paret mancu una zonca». E non è neanche un assiolo, Otus scops. E allora? Quell’incontro fugace lì lì resta un mistero. Un attimo è troppo poco per emettere sentenze. Marco Lutzu e i suoi amici, comunque, non mollano. «Gli avvistamenti si sono ripetuti negli anni finché, nella tarda primavera del 2016, mentre cercavamo di individuare un possibile sito di nidificazione di ghiandaia marina, ecco esplodere una terribile gazzarra causata da una decina di cornacchie che attaccavano un qualcosa a terra! Un’affannosa corsa ci rivela l’arcano: un gufo comune adulto messo alle strette dal terribile becco delle indemoniate che difendevano quella porzione di sughereta che avevano eletto come sito di nidificazione».
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Il gufo, Asio otus, un ospite poco comune in Sardegna. Non è neppure menzionato tra i rapaci notturni nidificanti nella terra dei nuraghi. «In Sardegna la specie è presente, ma non si hanno prove certe di una sua nidificazione» certifica SardegnaForeste. Figurarsi l’emozione di Marco Lutzu, 50 anni, dipendente statale, fotografo naturalista da una vita. Sempre armato di reflex digitale, una Canon 7D dopo gli anni passati con una 500D, ottica 100-400 mm, va per campagne, a Orani, Barbagia in genere, isola tutta. «Il malcapitato viene rilasciato solo al nostro arrivo e durante la scomposta fuga riesco a rubare una foto in volo dell’incauto ospite» racconta con l’entusiasmo della prima volta. «Evitato il peggio a noi rimaneva un dubbio riguardo a quell’insolita presenza… Dubbio che ci siamo tolti dopo parecchie ore di osservazione a luna piena: una coppia di gufi kamikaze aveva temerariamente deciso di nidificare sulla chioma di una sughera nel bel mezzo di una colonia di cornacchie».
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«Di scattare foto notturne con il mio scarno corredo fotografico, neanche se ne poteva discutere» spiega il fotografo naturalista, nato e cresciuto a Orani, dove vive, sposato, due figli. «Inoltre – aggiunge subito – la grande paura di far saltare la preziosa occasione ci consigliava di seguire gli eventi con la massima cautela: binocolo e silenzio totale». Parla sempre al plurale, Marco Lutzu, orgoglioso delle sue immagini come pure degli amici che lo circondano. «Supportati dalla loro livrea splendidamente mimetica, i gufi tengono un basso profilo e massima immobilità durante le ore di luce ma dal crepuscolo si trasformano rivelando eccezionali doti predatorie. Tra i richiami territoriali degli adulti e quelli più insistenti dei piccoli dal nido, la notte è stata tutta un andirivieni di voli vellutati con preda tra gli artigli e non è mancata anche qualche “spazzolata” su nidi altrui: sono veramente i principi della notte». Custode di mille segreti della natura, attento a non svelare particolari che possano mettere in pericolo la vita e le sorti degli esemplari immortalati, Lutzu riesce a fare il ritratto del gufo anche con le parole. Lo intravede e, carpe diem, scatta e memorizza. «Grazie alla solerzia della coppia, nel giro di qualche tempo ci siamo ritrovati tre grassi batuffoli che si spostavano tra i rami della loro sughera e poi di quelle vicine e abbiamo notato che stranamente non venivano attaccati dalle aggressive cornacchie: forse ne riconoscevano l’evidente innocuità nei confronti della propria specie. “Lo schema del piccolo” di cui parlano gli etologi, vale anche per loro».
Silenzio, come a voler riprendere i fili della memoria più recente, come a voler rispettare i tempi di madre natura. «Man mano – riprende fiato il fotografo oranese – i tre pulcini hanno acquisito maggiori capacità di volo e di occultamento e non li abbiamo più rivisti: sicuramente l’intera popolazione di topi della zona ha organizzato una festa di ringraziamento!» scherza beato lui che si entusiasma e si commuove tanto davanti a un maestoso rapace quando davanti a una orchidea o a un paesaggio colori pastello.
«Le lunghe notti d’osservazione a chiaro di luna sono state un’esperienza poco produttiva sotto l’aspetto puramente fotografico» confessa Lutzu, quasi a voler giustificare le difficoltà tecniche davanti a tanta meraviglia. «Ma estremamente interessante e coinvolgente sotto quello naturalistico – assicura – data la novità della specie nella nostra regione. Spero ardentemente che negli anni a venire tale emozione possa essere vissuta anche da tanti altri appassionati in tutta l’isola sempre nel pieno rispetto “pro s’istranzu” venuto dal mare» sottolinea riguardando le foto del gufo. Di un adulto e di un pullo. L’uccello dai ciuffi sulle orecchie che in Sardegna non ha avuto neppure l’onore di un nome tutto suo e soltanto suo. «Specie non sufficientemente conosciuta sia a livello regionale che nazionale» conferma una scheda di SardegnaForeste, evidentemente il gufo non è mai stato patrimonio della terra dei sardi. «I nostri progenitori, lungi dall’essere convinti protezionisti – conclude Marco Lutzu –, erano comunque degli ottimi osservatori e profondi conoscitori del territorio con cui vivevano a stretto contatto. Non essendoci, allora, altri rapaci notturni che popolassero la Sardegna, si sono limitati a coniare solo tre nomi». Ossia: istria, cuccumiau e zonca. In italiano: barbagianni, civetta e assiolo.
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