La Nuova Sardegna

Nuoro

Berardi: vorrei parlare a un mio rapitore

di Giacomo Mameli
Berardi: vorrei parlare a un mio rapitore

Un dibattito con esperti, educatori e un centinaio di reclusi sul perdono: sentimento che va oltre la religione cattolica

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NUORO. Nell’ex supercarcere di Badu 'e carros, la sua cappella – quella dove si suole celebrare la Messa e si distribuisce l'ostia della Comunione – è diventata non solo auditorium o aula magna ma un confessionale, a porte aperte questa volta. Ascoltano un centinaio di detenuti, età media 40-45 anni, sette donne (tre africane), suore, educatori ed educatrici, in prima fila e attentissima la direttrice della prigione, Luisa Pesante. I primi hanno i volti chiaramente tristi, si presentano uno per uno con nome e cognome, sembra invochino comprensione. Sono soprattutto loro a voler capire che senso ha questa parola – perdono - di cui si è occupato un Ghandi nuragico contemporaneo, Daniel Lumera che altri non è che un algherese - in anagrafe Giovanni Andrea Pinna, 41 anni.

Le testimonianze. È uno psicoterapeuta internazionale, scrittore e docente universitario, per Mondadori ha scritto “La cura del perdono”. Lo fa senza tonaca e senza saio perché il vero “perdono” non è un sentimento religioso, ma un momento di libertà, di liberazione. Cita Buddha ribadendo che “l'odio non cessa mai con un altro odio”. I detenuti hanno gli occhi lucidi, siano spacciatori o rapitori, assassini o rapinatori. Si alzano e pongono domande all'autore, ripetono nomi e cognomi, sono Alessandro One e Alessandro Two, Nico e un albanese, Bruno e Marcello, Foe e un Soru nostrano dell'Alto oristanese, parla un Deiana, e poi un Daniele, ancora un Ivan. Parla una serena Cristina Berardi che sa quali siano le umane malvagità ma vorrebbe solo «poter incontrare uno dei miei rapitori e scambiare con lui pareri sull'esperienza umana». Parole profonde quelle della Berardi per dire perdono, per capire che ogni giorno, dopo una notte, nasce un nuovo sole. È la Berardi, in questa gelida serata autunnale, a dar corpo e calore al senso reale del perdono, proprio lei rapita quando aveva 26 anni e insegnava in Ogliastra. Parla un magistrato di sorveglianza, Riccardo De Vito, cita Hannah Arendt che delle persecuzioni morali e corporali sapeva qualcosa mettendo insieme “l'irrimediabilità del passato e l'imprevedibilità del presente”. De Vito corre a The Sound of Silence di Simon per rimarcare l'importanza dell'ascolto. Don Felice Nuvoli usa il vocabolario da teologo, Gianfranco Oppo quello di educatore, Paqujto Farina fa il lettore, Eva Cannas ricorda la sua via crucis familiare (due fratelli assassinati a Mamoiada).

Il passato rimane. È salutata da tanti applausi perché Eva è la testimonianza concreta della parola perdono che – anche in Barbagia - non è dimenticanza, non è cancellazione del passato. Le sue sono frasi da incorniciare, si capisce che è stata a lungo fra i banchi delle aule scolastiche: «Il mondo non migliora se non miglioriamo noi stessi/ la mia vita ha incontrato la vita degli altri/ il perdono non cancella i fatti ma la vendetta li aggrava/ anche chi mi ha ingiuriato è il mio prossimo/ non possiamo dimenticare che gli uomini sono uguali fra loro/ perdona chi è forte».

Un volto nero. La cappella del carcere – quel cupolone di granito che svetta su Nuoro nel pianoro di Badu 'e carros - è fatta a esagono. I sei lati interni hanno altrettante losanghe di vetro, su una parete un Crocifisso che ricorda quello di Nicodemo di Oristano, l'altare bianco, un tavolo verde per la presentazione del libro, un lungo bouquet di fiori, una Madonna con tunica bianca e manto celeste. I banchi sono tutti occupati, spicca un volto nero, uno solo. E occhi neri e castani di ragazze. All'ingresso, dopo portoni celesti in ferro, un androne con la statua di San Basilide, soldato romano che si rifiutò di eseguire condanne a morte e che è diventato il patrono della polizia penitenziaria “per la sicurezza e la rieducazione del detenuto”, sottolinea la direttrice che nel suo volto mette insieme umanità e sofferenza. Quadri di vita bucolica, in un angolo i pacchi postali per i detenuti spediti da Avellino, Ostia, Perugia. E poi alcuni stupendi murales, si intravede lo stile e il messaggio etnografico e antropologico dell'artista di Irgoli-Tinnura Pina Monne. È stata lei a far lezione, per anni, ai detenuti in una prigione nota in tutt'Italia per la massima sicurezza, per quel delitto che avvenne nel Ferragosto di oltre trent'anni fa con un morto ammazzato – Francis Turatello – fra le sbarre. È stata Pina Monne a far usare tavolozza pennello e colori a chi semmai aveva preso in mano una P38, una doppietta o una pattadese. La pittura, il disegno, l'arte per esorcizzare la violenza, per educare, per vivere.

La serata del libro sul perdono finisce. I detenuti salutano. E molti chiedono: «Tornate, vogliamo ascoltare, vogliamo capire».

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