La parte civile: «Colpito davanti al figlio»
L’avvocato Nanni: «Da 11 anni la famiglia attende giustizia». Mannironi: «L’arma era dell’imputato»
NUORO. «Comunque vada a finire, e noi chiediamo la condanna, alla fine di questo processo Sergio Taioli deve guardare negli occhi Marcello Chessa, il figlio di Cisco, che a soli 16 anni ha visto il padre morire davanti a lui crivellato dai colpi. Lo deve guardare e non potrà che provare vergogna». Alla fine della sua discussione, l’avvocato di parte civile, Angela Nanni, non dimentica una nota di profonda umanità in una vicenda dove invece più spesso si parla di fucili, faida e odi viscerali.
«Marcello Chessa – ricorda l’avvocato– a soli 16 anni ha dovuto vedere il proprio padre crivellato dai colpi sull’uscio di casa. E ora chiede di conoscere chi, per undici anni, lo ha privato dall’abbraccio paterno, e glielo ha tolto anche nel giorno della sua laurea, qualche giorno fa». Anche per la parte civile, l’omicidio di Cisco Chessa è figlio della faida di Orune. «Il movente nasce da lì – ribadisce l’avvocato Nanni – dalla testimonianza di Giuseppe Chessa in un processo che si rivelò determinante per far assolvere Gianfranco Monni. Ma nasce anche dal fatto che i Chessa, come sostengono alcuni nelle intercettazioni, hanno portato le armi che sono servite per uccidere “zio Pallo”. Ma se si tratta di faida, che c’entra Taioli? È suo il fucile che ha ucciso Chessa, un fucile che era stato rubato il primo aprile del 2005 a Ignazio Corriga, a Sorgono. Quel fucile è arrivato a Orune passando attraverso la criminalità ogliastrina legata al gruppo di orunesi che fanno capo a Giovanni Deiana banniolu. Questa difesa non è in grado di dire se Taioli abbia partecipato all’agguato, ma sa che deteneva il fucile usato per uccidere e che aveva amicizie che si collocano tra le amicizie dei Deiana-Casamara».
«C’è un filo sottilissimo che lega Sorgono a Orune – spiega l’altro avvocato di parte civile, Michele Mannironi – ed è il percorso seguito da quel fucile: in tre mesi quell’arma va e torna a Sorgono e nel mezzo compie un omicidio e un danneggiamento. L’imputato vuole farsi passare per uno sprovveduto al quale un amico ha dato un fucile per commettere un attentato, ma non gli ha detto che quell’arma era servita per commettere un omicidio. Taioli non è uno sprovveduto: cedendo quel fucile ha accettato il rischio che venisse usato per un omicidio. Poi, quando gliel’hanno restituito ha modificato il percussore perché non risalissero a lui». (v.g.)
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