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Don Casula: «Hanno rubato anche la festa» 

Don Casula: «Hanno rubato anche la festa» 

La riflessione del parroco di Dorgali, originario di Fonni, dopo la visita ai parenti dell’ucciso

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FONNI. «C’è un grande peccato nella nostra terra che come chiesa e come società civile dobbiamo denunciare forte: rubare le feste nel modo più vile e assurdo»: è appena tornato dalla visita per portare conforto ai genitori di Salvatore Nolis, don Michele Casula, e affida a un intervento pubblicato e poi diffuso su Facebook anche dai suoi parrocchiani di Dorgali, il suo sfogo carico di amarezza ma anche di tanta voglia di riscatto. Attuale parroco di Dorgali, fonnese di origini, don Michele Casula, in un lungo intervento racconta anche qualche passaggio della sua visita ai genitori di Nolis. E alla loro domanda, “Perché San Giovanni non l’ha aiutato durante l’incidente?”, dice, don Casula, di aver «risposto nel silenzio», ma che in realtà avrebbe voluto urlare «la viltà del gesto di cui il loro figlio è stato vittima, perché quel vile assassino non solo aveva ucciso il loro figlio, ma aveva profanato con un grande sacrilegio, la bellezza e la sacralità della festa». E don Casula, del resto, ricorda bene tutte le altre volte nelle quali, in Barbagia, i giorni di festa sono stati macchiati di sangue.

«La mia vita sacerdotale – racconta – è stata a attraversata da queste tristi storie, fino al culmine di un Natale nero e assurdo nel quale, da giovane parroco, avevo “avuto in dono” di dover vedere le mie mani insanguinate dal sangue versato dal mio confratello don Graziano. Mai come allora avevo sentito la sensazione della “festa rubata” non solo in quell’anno, ma in ogni Natale successivo».

«Nei nostri paesi – aggiunge poco dopo, don Casula – la festa tante volte ci è stata rubata da mani assassine e vigliacche. Forse è necessario trovare insieme delle risposte vere a questo grande problema, a questo furto che si ripete tante volte. Forse dovremmo ridare nome giusto alle nostre feste, che sempre più hanno come centro non una chiesa o una piazza, ma una “barracca”». (v.g.)

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