Un fotoreporter in Barbagia, omaggio a Claudio Gualà
Al fotoreporter della Nuova Sardegna per quarant'anni, il festival di fotografia “Storie di un attimo” di Olbia dedica in questi giorni una mostra personale
NUORO. “La vita è a colori, ma il bianco e nero è più realistico”, dice lapidario il protagonista di un film di Wim Wenders, Lo stato delle cose. Non c’è definizione più calzante per le immagini di Claudio Gualà, fotoreporter della Nuova Sardegna per quarant'anni, dalla metà degli anni '70 in poi, al quale il festival di fotografia “Storie di un attimo” di Olbia dedica in questi giorni una mostra personale. È calzante anche se, dopo una graduale introduzione del colore a partire dal 1999, dal 2010 il giornale in edicola ha abbandonato completamente le immagini in bianco e nero, e in questo lasso di tempo Gualà ci ha lasciato – prima della sua scomparsa, nell'ottobre scorso – altre migliaia di pregevolissime fotografie digitali a colori.
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Eppure chi ha lavorato con lui nei decenni passati conserva indelebile il ricordo di Claudio chiuso nella camera oscura della redazione di Nuoro, tra odori pestilenziali, e poi la complicata e spesso estenuante trasmissione delle immagini con la telefoto, un rullo attorno al quale si fissavano le stampe per inviarle alla tipografia del giornale, a Sassari, dove venivano impaginate. Un'operazione che richiedeva lunghissimi minuti, e che spesso si interrompeva, provocando in Claudio le imprecazioni più varie. Accadeva spesso la notte, al rientro da un sequestro o da una liberazione, da una rapina o un omicidio in un paese della Barbagia.
Si andava sempre in coppia, il cronista e il fotografo, consapevoli entrambi di quanto il lavoro dell'uno fosse complementare di quello dell'altro. Spesso percorrendo strade di campagna, viaggiando quasi alla cieca su tratturi che portavano al luogo del misfatto. I cellulari, che avrebbero cambiato volto alla professione, arrivarono solo a metà degli anni '90: i cronisti si muovevano con le tasche stracolme di gettoni telefonici, in cerca di una cabina che non si trovava mai, da cui chiamare i colleghi in redazione per informarli di cosa era successo e predisporre gli spazi sul giornale dell'indomani. Una serie di scatti, uno scambio di battute con le forze dell'ordine impegnate nei rilevamenti (di testimoni manco a parlarne: la Barbagia aveva le sue regole) e poi via a tutta velocità in redazione. Il lavoro di un fotografo, e di Claudio Gualà in particolare, era fondamentale in quell'epoca tristemente segnata dai sequestri di persona (tre, quattro, cinque l'anno) e da omicidi talvolta plurimi per regolamento di conti. Le immagini spesso contavano cento volte più delle parole.
Claudio ha cominciato a lavorare alla Nuova Sardegna attorno alla metà degli anni '70, accanto al cronista di nera per eccellenza del giornale, e dell'informazione isolana, Francesco “Ceccio” Piras. Il loro sodalizio divenne fondamentale per il successo del giornale. Piras aveva il dono (qualcuno dice anche una radio scanner con cui ascoltare le comunicazioni interne di carabinieri e polizia) di arrivare sul luogo del delitto in contemporanea con gli investigatori. Una notte arrivarono in ritardo, con il corpo della vittima già portato via, e Piras non si perse d'animo: si sdraiò per terra con un lenzuolo sopra e anche quella volta la Nuova andò in edicola con la foto del delitto, o quasi. Claudio lo ricordava spesso con nostalgia dopo la scomparsa dell'amico cronista, assieme a un'altra miriade di aneddoti.
Ma Gualà non è stato solo un grande fotografo di nera. Le sue foto documentano ogni tipo di evento degli ultimi quarant'anni in provincia di Nuoro e in Ogliastra. Una delle immagini in mostra, un pastore solitario con il suo gregge nella piana di Ottana, con le ciminiere fumanti dell'industria chimica sullo sfondo, è un piccolo trattato di sociologia, racconta più di mille saggi che sono venuti dopo. Immagini che restano a documentare un passato che fa parte della nostra storia recente, e che Claudio Gualà ha saputo descrivere come pochi, da protagonista.
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