La Nuova Sardegna

Nuoro

«Qualità e unicità, abbiamo tutte le carte per farcela»

di Paolo Merlini
Patrizia Asproni  in una foto tratta dal sito Artribune
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Patrizia Asproni in una foto tratta dal sito Artribune

Patrizia Asproni, una delle più affermate manager culturali a livello nazionale «Noto un aumento di consapevolezza, la voglia di confrontarsi senza complessi»

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NUORO. È una delle più affermate manager culturali d’Italia: presidente di ConfCultura, l’associazione che raggruppa i musei gestiti da enti o fondazioni private, Patrizia Asproni ha guidato Torino Musei, è stata direttore beni culturali del gruppo Giunti, responsabile marketing del gruppo l’Espresso, componente del Comitato per Expo 2015. Oggi presiede la Fondazione Marino Marini a Firenze. Viaggia moltissimo e il suo parere è richiesto, anche a livello internazionale, per capire il futuro più prossimo del mondo dei musei d’arte. Per fare un esempio, quando si è dimessa da presidente della Fondazione Musei di Torino, in aperta polemica con la sindaca Chiara Appendino, ne ha scritto anche The Guardian, che raramente si occupa di vicende italiane di questo tipo. Dandole ragione, fra l’altro. Eppure a Nuoro, la città dove è nata e torna raramente per via dei tanti impegni, Patrizia Asproni non era mai stata invitata a raccontare la propria ventennale esperienza prima dell’ottobre scorso, in occasione di un convegno di Confindustria sulla candidatura a capitale italiana della cultura 2020. Né qualcuno aveva pensato di chiederle un parere su questa vicenda cruciale per Nuoro e il suo territorio.

Nonostante ciò, Patrizia Asproni è una delle maggiori e più blasonate fan di Nuoro capitale della cultura 2020. «Ciò che trovo inedito e molto positivo è il consenso generale in tutta la Sardegna su questa candidatura. Un senso di unità che vedo come un passo avanti molto importante per la nostra isola: la voglia di lasciarsi alle spalle quello che ha diviso e ritrovare ciò che può unire. Trovo poi che oggi a Nuoro sia aumentata la consapevolezza e anche l’orgoglio di sé. C’è stato un periodo in cui la Sardegna aveva un complesso di inferiorità, forse perché non guardava bene se stessa. Ora, a mio avviso, in un contesto molto più globale che richiede soprattutto qualità e unicità, è cresciuta la consapevolezza di quello che si è realmente. Siamo una delle terre più ricche del mondo, basta semplicemente guardare con altri occhi e da lì ripartire. Non dobbiamo puntare ad altri modelli che stanno mostrando evidenti segnali di crisi».

Al convegno di Confindustria, parlando dei nuovi flussi turistici, aveva detto che la forza della Sardegna centrale è anche nel fatto che abbia, per così dire, saltato un giro. E che oggi, in un mondo globalizzato e digitale dove si dà la caccia all’autentico, è arrivato il momento di raccogliere i frutti. «Abbiamo conservato valori e testimonianze che altrove non ci sono più o sono posticci. Ma conservare non basta. Parliamo di risorse delicate, che vanno utilizzate ma non sfruttate. Utilizzando al meglio le nuove tecnologie. E trovo che le nuove generazioni siano focalizzate su questi temi ben più delle precedenti». In sostanza, quando esisteva una cesura tra etnico e moderno. «Abbiamo superato questa fase, c’è l’orgoglio di unicità e delle radici. Noto rispetto per le persone anziane, voglia di recuperare le loro testimonianze. Anche il senso della famiglia non è più qualcosa di soffocante, ma è visto come un punto di forza. Sono tutti elementi, anche antropologici, che uniti fra loro costituiscono un unicum. Di questa candidatura mi ha colpito lo slogan “Siamo tutti nuoresi”. Su un altro piano, certo, ma ricorda John Kennedy quando disse “Ich bin ein berliner”, io sono un berlinese. L’ho trovato molto bello».


 

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